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Athamanta, duro attacco a Franchi Umberto Marmi: «Quei milioni di euro sono il bottino di una rapina»

L'associazione per la difesa delle Alpi Apuane sulla società quotata carrarese: «Raccapricciante che si vanti dei ricavi record da 65 milioni di euro generati da tonnellate di montagna distrutta e capitalizzata in Borsa»

MASSA-CARRARA – “È ormai tradizione, da quando Franchi Umberto Marmi SpA si è quotata nei mercati finanziari, assistere all’annuale annuncio dei ricavi milionari dell’azienda. Questo probabilmente è necessario all’impresa per costruire la narrazione della propria stabilità e solidità finanziaria in modo da attirare investitori e aumentare il capitale disponibile. A noi invece leggere questi annunci fa un effetto diverso: è raccapricciante che si vanti dei ricavi record da 65 milioni di euro generati da tonnellate di montagna distrutta e capitalizzata in Borsa”. E’ il duro attacco di Athamanta, l’organizzazione nata a Massa-Carrara per la difesa delle Alpi Apuane, alla società carrarese che nel 2021 ha registrato record di ricavi con una crescita del 28% (qui la notizia).

“In quei milioni di euro noi leggiamo le tonnellate di montagna che sono state sottratte alle Alpi Apuane – prosegue Athamanta – leggiamo l’autodenuncia della predazione di una risorsa che appartiene a tutti e tutte e che non può essere fonte di profitti milionari e di crescita sui mercati finanziari internazionali di una società privata. Leggiamo in queste righe quale sia la merce di scambio che porta le acque del nostro territorio ad essere colme di sostanze inquinanti tanto da costare alla comunità oltre 300.000 euro l’anno. Alla faccia dei profitti della Franchi Umberto Marmi SpA”.

“Leggiamo lo sfruttamento del lavoro di decine di persone – aggiunge l’associazione – esposte ad incidenti gravissimi e spesso, troppo spesso, letali, causati dai ritmi inaccettabili che queste cifre stellari richiedono. Leggiamo lo svilimento di un territorio intero attraverso la devastazione e l’annichilimento del bene più grande e irriproducibile: l’identità della comunità attraverso le stratificazioni storiche del paesaggio e di un ambiente unico. Leggiamo la faccia tosta di chi sventola i suoi profitti in faccia ad una comunità distrutta da decenni di devastazione ambientale, disoccupazione, debiti comunali accumulati per la manutenzione di un territorio distrutto dall’escavazione industriale selvaggia. Leggiamo l’arroganza di una classe sociale che guadagna vendendo un bene pubblico e facendo pagare i costi di produzione alla comunità. Leggiamo l’ignoranza di chi di fronte ad una crisi ecosistemica globale ancora insiste nel puntare un orizzonte di crescita economica senza alcun riguardo per la conservazione della vita e dell’equilibrio ecologico indispensabile affinché essa possa riprodursi. Quei milioni di euro sono il bottino di una rapina – chiude Athamanta – che va avanti da decenni nel silenzio e peggio ancora nella complicità delle istituzioni”.