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«Nel calcio servono progetti vincenti e uomini vincenti, quelli che non hanno paura»

L'ex tecnico di Massese e Carrarese Andrea Danesi racconta il suo calcio alla Voce Apuana: «Lasciai il mio lavoro per allenare, fu una scelta di vita. L'anno a Carrara? Tanti rimpianti».

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CARRARA – Una storia di consapevolezze acquisite e di qualche rimpianto. Una storia che parla di calcio ma anche di vita. Quella di un uomo che, spinto dalla sua passione per il rettangolo verde, ha fatto scelte difficili. Andrea Danesi, carrarese, ora tecnico dell’under 17 del Livorno, anni fa lasciò il posto di lavoro come geometra responsabile dell’autostrada per dedicarsi totalmente al mestiere di allenatore. Per arrivare, da tecnico di una squadra, là dove la sorte gli aveva impedito di arrivare come calciatore. Fu l’inizio della sua carriera e di una serie di esperienze condite da soddisfazioni e delusioni, dal trionfo di rapporti e dal declino di altri. E con una precisa idea di calcio a fare da sfondo. Di tutto questo, l’ex allenatore di Massese e Carrarese ha deciso di parlare alla Voce Apuana.

Andrea, raccontaci come sei arrivato a fare quella scelta che ti ha cambiato la vita.
Ho smesso a 21 anni di giocare a calcio, sconfortato dopo una serie di infortuni gravi. Ho fatto quattro anni di settore giovanile dell’Inter, ero un calciatore promettente ma i miei problemi fisici mi hanno fatto scendere in Serie C. Non l’ho mai accettato, sono stato molto severo con me stesso. Nel frattempo è nata mia figlia e allora ho deciso di dedicarmi a fare il geometra. Continuavo però a nutrire questa forte passione per il calcio, così mi convinsero ad iniziare ad allenare i bimbi. Vinsi subito due tornei, e a 25 anni mi sono trovato ad allenare una squadra di terza categoria, l’Atletico Carrara, in una società con la quale vincemmo due campionati. Poi passai alla San Marco, in Promozione, e dopo ancora alla Portuale dove rimasi un anno e mezzo. E’ lì che fui notato da Nicola Bertoni del Pietrasanta. Si trattava di salire in Eccellenza, una categoria in cui gli orari di allenamento non erano più compatibili con il mio lavoro.

Così hai deciso di lasciarlo.
Sì, per inseguire il mio sogno ho abbandonato un lavoro di prestigio e dove ero davvero ben remunerato. Ho fatto una scelta importante grazie anche a mia moglie e alla mia famiglia, che mi ha sempre appoggiato. Ho mollato tutto, e mi sono buttato a capofitto in questa passione.

E da lì come sei arrivato poi alla Massese?
Dopo Pietrasanta, dove furono 2 anni splendidi, passai ad allenare la Berretti del Viareggio e dopo ancora a Forcoli, in Serie D. E’ proprio durante quell’esperienza che venni notato dal presidente Giorgio Turba. Divenni quindi l’allenatore della Massese, dove rimasi 2 anni. Un primo anno entusiasmante, dove nel girone di ritorno facemmo più punti del Siena, che a fine anno promosse. L’anno successivo invece fu complicato. Feci l’errore di fare sia da allenatore che da direttore, e dovetti prendere decisioni importanti legate al budget che avevo a disposizione. In più, nel giro di 2 mesi persi 6 giocatori importanti per infortunio. Nel frattempo una persona che gravitava intorno alla società iniziò a fare pressioni insistenti per un mio esonero e mettendo il presidente in condizioni di mandarmi via. A fine anno arrivò la chiamata della Carrarese.

A Carrara una stagione travagliata, durante la quale non è mai nato quel rapporto che al contrario si è instaurato con i tifosi della Massese. Da carrarino, come te lo spieghi?
Probabilmente essendo molto amico di un imprenditore del marmo, automaticamente mi associavano a quel mondo. Un mondo di cui le persone vedono solamente la componente faraonica. Mi hanno dato subito del raccomandato, alcuni mi hanno messo i bastoni fra le ruote prima ancora di iniziare ad allenare. Mi hanno offeso e criticato a volte ingiustamente, e mai a quattrocchi, ma sempre dietro a uno striscione o attraverso un coro a 100 metri. Ero un allenatore che si affacciava al mondo professionistico e perlopiù nella sua città, forse avrei meritato più coesione e appoggio da parte dei miei concittadini. Ci sono state però anche persone che mi hanno voluto e tutt’ora mi vogliono bene. Come la famiglia Fabbiani, che ringrazio di cuore. Alcuni mi fermano ancora oggi per strada e mi manifestano il loro affetto. Ma ciò non toglie che ho ricevuto tanta cattiveria.

Ti porti dietro qualche rimpianto rispetto a quella esperienza?
Di rimpianti ne ho tanti e il primo è quello di essermi dimesso. Non lo meritavo, e non se lo meritava neanche chi mi ha offeso. Con me la società aveva fatto una scommessa e non credo che l’abbia persa del tutto. Perché facemmo un grande girone di andata esprimendo anche un bel calcio. Poi ci sono state delle schegge impazzite intorno all’ambiente e alcuni equilibri si sono rotti. Ma fino a dicembre le cose andavano bene e chi lo nega è solo un detrattore della verità. Dispiace che questa mentalità detrattrice si sia diffusa poi in molte persone. A quel punto rimani male, perché non riesci a dare una spiegazione logica a tanta ostilità. Ecco, mi sarebbe piaciuto ricevere a Carrara l’affetto che ho ricevuto a Massa, o almeno essere giudicato in modo più obiettivo.

Tornando al tuo percorso, rinunciando al tuo posto di lavoro per allenare hai fatto una scelta molto simile a quella di Maurizio Sarri: uno che ha vinto la scommessa, e che è riuscito ad uscire dal campetto di provincia e ad arrivare in alto grazie alle sue capacità. Ma quanto è difficile fare lo stesso?
E’ tanto difficile. Uscire dalle piccole realtà richiede di abbattere certi muri. Ce ne sono tanti di “Sarri” nei dilettanti ma oggi tanti presidenti scelgono la via più facile, affidandosi ad ex giocatori che hanno sì una grande esperienza nel calcio, ma che soprattutto hanno un nome. E così facendo accontentano la piazza. Servirebbero presidenti coraggiosi come Berlusconi, che anni fa chiamò Sacchi, o Pellegrini, che volle Orrico. Quei presidenti che vogliono investire nelle loro idee e nelle loro intuizioni. Ma ripeto, oggi ne esistono pochi.

A proposito del calcio di oggi. Cito una frase di Massimiliano Allegri in risposta a chi gli parlava di schemi e bel gioco: “Il calcio è molto semplice, non lo rendete complicato”. Sei d’accordo?
Le cose diventano semplici quando ne hai l’esatta percezione e conoscenza. Il calcio è straordinariamente complicato e diventa estremamente semplice quando lo si è compreso in ogni sua sfumatura, e allora lo si può insegnare. Possiamo semplificare tutto dicendo che ci sono 2 porte e che devi buttar dentro la palla, ma in realtà dietro c’è un mondo. Quando hai chiaro tutto questo, allora sai che è come viaggiare in autostrada, sempre dritto. Ma se non lo hai chiaro, è come andare a Milano facendo la strada normale.

Quindi schemi e numeri hanno la loro importanza?
I numeri contano sempre. Sono la vita. I numeri ti fanno vincere: sei primo non sei secondo. Quando vinci tappi la bocca a tutti, e se non vinci devi trovare gli estimatori che apprezzano il tuo modo di fare calcio. Esistono infatti anche delle società che puntano ad esprimere una certa idea di calcio e a mettere in mostra le qualità dei calciatori.

Quale può essere in serie C una società simile?
Il Renate ad esempio sta facendo un bel calcio con un budget abbastanza contenuto. Sono i frutti di un progetto lungo termine, che rappresenta una delle due strade che ti portano ed essere vincente: quella più dura. L’alternativa “facile” è comprare il prodotto finito, i campioni. Altrimenti i giocatori li devi costruire nel tempo, aiutarli a crescere, esaltando le loro qualità attraverso il gioco. Se vuoi vincere senza i campioni devi passare attraverso il lavoro e il bel gioco. E per questo serve tempo e presidenti che ci credano, e che abbiano la pazienza di aspettare i frutti del lavoro.

Qual è quindi la ricetta ideale per vincere un campionato come quello di Serie C? Può trionfare anche la “bella favola” della squadra di provincia?
Certo, abbiamo l’esempio del Cittadella o della Spal. Dipende tutto dalla struttura societaria, ci sono presidenti facoltosi che vogliono solo il risultato e lo vogliono subito, e qui il budget è fondamentale. Poi, come dicevo, c’è l’altra strada, che richiede tempo e fatica. Quella che a me piace di più. Quella del Cittadella ieri e del Renate oggi. Non esistono ricette vincenti, ma esistono progetti vincenti. Comprare il giocatore più forte e più costoso non è un progetto, ma una scelta. Io invece sono uno che crede nei progetti.

Come si costruisce un progetto vincente?
La società è fondamentale ed è importante che al suo interno vi sia una linea guida che chiarisca il ruolo e l’importanza di ognuno. Il presidente deve avere le idee chiare e una voce forte così da creare un ambiente stabile, dove ognuno lavori senza farsi condizionare, nei momenti difficili, dalle pressioni esterne. E’ così che si costruiscono i gruppi vincenti, dal rispetto reciproco, dal riconoscere i meriti e le capacità dell’altro anche quando le cose non vanno bene. Oggi in pochi hanno tempo e voglia di costruire un progetto. E’ più facile cambiare un allenatore per non avere il tifoso che grida o il giornalista che scrive, o cambiare un giocatore anziché dargli fiducia. Ecco che allora per fare dei progetti vincenti servono uomini vincenti. Quelli che non hanno paura e che non temono critiche.

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