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“Danni da sovraccarico: le fratture da stress”

Una delle più frequenti problematiche causate dal sovraccarico funzionale. A cura di *Erica Paccini

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    Come accennato nel precedente articolo, una delle più frequenti problematiche causate dal sovraccarico funzionale, sono le fratture da stress. Si tratta di un vero e proprio tipo di infortunio che costringe chi ne è colpito a interrompere qualsiasi attività sportiva per almeno un mese e che, a volte, può essere difficile da diagnosticare.
    Nelle fratture da stress, dette anche da durata o da fatica, l’osso si incrina a causa di microtraumi ripetuti nel tempo . Ciò avviene ad esempio nell’allenamento intensivo non opportunamente dosato. Se si aumentano i carichi di lavoro e non ci si concede il giusto tempo di recupero, i meccanismi di rimodellamento osseo infatti non riescono più a “compensare” le microlesioni, con il risultato che l’osso si “crepa” e causa dolore.

    Le fratture da stress sono frequenti, soprattutto negli sportivi, ma non solo. Si verificano in seguito a microtraumi ripetuti, senza un trauma unico e violento. Mentre le fratture tradizionali sono dovute a un urto violento che supera le resistenze meccaniche dell’osso, quelle da stress o da fatica sono il risultato di microtraumi ripetuti. La maggior parte delle fratture da stress si verifica a livello della tibia, dei metatarsi e delle altre ossa tarsali, ma non solo.

    Il meccanismo di base della lesione

    Secondo quanto descritto da Wolff alla fine dell’800, l’osso è un tessuto dinamico, architettato allo scopo di adattarsi alle diverse forze meccaniche cui viene sottoposto mediante un processo di rimodellamento continuo. Le fratture da stress nei soggetti sani si verificherebbero quando l’adattamento dell’osso non è abbastanza veloce da contrastare i ripetuti stimoli cui viene sottoposto. Alla base dell’instaurarsi di queste fratture o di una loro recidiva, sembrano concorrere, con una complessa interazione, sia fattori estrinseci (il tipo di allenamento fisico, l’equipaggiamento e i fattori ambientali) sia fattori intrinseci (ormonali, biomeccanici e nutrizionali). In condizioni normali, una maggiore sollecitazione dinamica delle ossa ne aumenta la resistenza perché i microtraumi che si verificano vengono “compensati” da continui processi di rimodellamento osseo

    Le fratture da stress avvengono invece perché i normali processi riparativi dell’osso non riescono più a controllare le microlesioni che si verificano durante l’attività sportiva eccessiva. Queste sono normalmente causate da un sovraccarico funzionale reiteratamente applicato. Esempi lampanti vengono dalle specialità di fondo dell’atletica leggera, ma possono verificarsi frequentemente anche tra i calciatori.

    I campanelli d’allarme

    Il sintomo principale è sicuramente il dolore, il quale è quasi sempre caratterizzata da un’insorgenza progressiva, direttamente correlata alla quantità di attività fisica svolta dall’atleta. Il dolore quindi aumenta d’intensità durante l’attività e generalmente sparisce con il riposo, anche se, in molti casi, può mantenersi, in maniera sorda, anche al termine dell’esercizio stesso. All’inizio il dolore è lieve, ma, continuando a camminare e caricare l’area interessata, tende a peggiorare. Il dolore si intensifica con l’attività e diminuisce a riposo, ma col tempo può diventare persistente. Di solito il dolore è localizzato in un punto preciso. Si può avvertire anche una sensazione di calore nella zona interessata. L’evoluzione del disturbo è in genere molto lenta: per settimane o mesi il sintomo è lieve, insidioso e compare solo sotto sforzo. Col passare del tempo il dolore aumenta fino a divenire costante e, in alcuni casi, a presentarsi anche durante lo svolgimento delle normali attività quotidiane.

    Per quanto riguarda la diagnostica, spesso l’esame radiografico standard si rivela insufficiente. L’esame più specifico è costituito dalla scintigrafia ossea trifasica, che dimostra una sensibilità del 100%. Anche la Tomografia Assiale Computerizzata (Tac) e la Risonanza Magnetica Nucleare (Rmn), seppur non nella totalità dei casi, possono portare a una corretta diagnosi.

    Cosa fare

    L’atleta deve assolutamente essere tenuto a riposo per un periodo compreso tra le 4 e le 6 settimane. Può essere talvolta consigliata la rimozione del carico, anche se l’immobilizzazione gessata non è generalmente necessaria. In ogni caso serve un’attenta valutazione del singolo specifico caso. Particolarmente utile, al fine di accelerare i processi di riconsolidamento della linea di frattura, è la magnetoterapia. In alcuni tipi di frattura che, come nel caso di fratture trasverse della rotula, possono scomporsi, è indicato il trattamento chirurgico di osteosintesi.

    Il ritorno all’attività sportiva agonistica necessita di tempi abbastanza lunghi, e comunque deve basarsi su controlli scintigrafici che permettano di stabilire con certezza il totale riconsolidamento della zona di frattura. Inoltre, a guarigione avvenuta, il piano di lavoro dell’atleta deve essere attentamente valutato ed eventualmente modificato, in modo tale da poter evitare eventuali recidive.

    Una tempestiva diagnosi è fondamentale per evitare ulteriori aggravamenti del quadro clinico che, a causa della lenta insorgenza dei sintomi e della loro aspecificità che, in alcuni casi, può essere raggiunta in tempi lunghi. Ciò è dovuto al fatto che spesso gli atleti continuano ad allenarsi sopportando il dolore fino al momento in cui diventa così acuto e persistente da richiedere l’intervento medico. Si ritiene che siano due i fattori principalmente coinvolti nel processo diagnostico: l’attenta analisi clinica dei sintomi e la corretta interpretazione degli esami radiologici.

    Il recupero e la ripresa

    Il percorso riabilitativo procede di pari passo con il processo biologico di guarigione del tessuto osseo. Prevederà quindi una prima fase di controllo del dolore e dell’infiammazione al fine di agevolare la formazione e la maturazione del callo osseo. Inizialmente l’atleta dovrà utilizzare un tutore funzionale che garantisca l’adeguata immobilizzazione e che permetta la deambulazione con le stampelle. Al fine di mantenere tono, flessibilità ed elasticità muscolare adeguati, sono consigliati esercizi di stretching in scarico. Allo stesso tempo sarà importante prevenire il decondizionamento atletico, stimolando l’attività cardiovascolare aerobica attraverso allenamenti con ciclo-ergometro per gli arti superiori e attività in acqua quali nuoto e corsa in acqua). In questa fase, è indicato anche l’utilizzo di terapie fisiche, che possono agire sia da stimolo antinfiammatorio sia come biostimolante sulla rigenerazione ossea. Il sintomo dolore è il parametro di giudizio per decidere quando progredire nell’intensità del trattamento.
    Gradualmente il carico sull’arto affetto sarà consentito, si abbandoneranno le stampelle e si introdurranno esercizi più intensi di rinforzo della muscolatura, sempre evitando pericolosi sovraccarichi biomeccanici. Alla fine di questa fase, l’atleta dovrà essere in grado di camminare in carico completo senza dolore. Da questo momento, si alterneranno periodi di riposo ad iniziali camminate veloci. Se non si presenta dolore, l’allenamento continuerà incrementando l’intensità sino a introdurre la corsa lenta. La caratteristica più importante di questo tipo di programma riabilitativo è l’alternanza tra fasi di carico e di scarico, così da consentire un corretto
    rimodellamento osseo.

    Come prevenire

    Un’adeguata conoscenza e identificazione dei fattori di rischio e la loro pronta correzione può prevenire l’insorgenza di fratture da stress ed eventualmente ridurre il rischio di nuovi episodi lesivi e recidive. L’utilizzo di plantari adeguati può essere un’utile arma di prevenzione in atleti con alterazioni biomeccaniche degli arti inferiori o problemi posturali. Molto importante è il confronto con allenatori e preparatori atletici per condividere programmi di allenamento appropriati prima della ripresa dell’attività agonistica. Ogni futura modifica del carico di lavoro in allenamento andrà effettuata in maniera lenta e progressiva. L’insorgenza di dolore persistente che si manifesta durante l’attività e recede a riposo, dovrà essere monitorata attentamente. Inoltre l’aspetto alimentare andrà accuratamente monitorato, evitando riduzioni eccessive dell’apporto calorico.
    Per concludere, è importante sottolineare nuovamente che la tempestività nella diagnosi è l’elemento principale per la risoluzione veloce e rapida di una frattura da stress. L’aspetto preventivo deve esser preso in considerazione, in particolar modo, in soggetti predisposti a questo tipo di infortuni. E’ opportuno farsi consigliare da personale competente circa la corretta modalità di esecuzione dei protocolli preventivi e degli interventi rieducativi. Considerazione scontata ( ma mai troppo): affidarsi a personale competente ed esperto!

    *Erica Paccini
    Dott.ssa Scienze Motorie
    Spec.Attività Fisica Adattata
    Spec. Posturologia Clinica
    Fondatrice e CEO di FISIOGIN
    Autrice del libro Postura su misura
    Info o chiarimenti:
    email ericapaccini@yahoo.it
    cell 331 5672272

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