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Appuntamento con la storia per Luna Rossa. Enrico Chieffi: «A parità di prestazioni, punto tutto su di loro» foto

America's Cup, l'ex tattico del Moro di Venezia, fratello di Tommaso, ripercorre gli anni della sua crescita velistica al Club Nautico: «Un ambiente bellissimo, passavamo giornate ad osservare i grandi campioni». E sulla finale di questa notte: «Una sfida tra due culture a confronto»

CARRARA – È tempo di finalissima ad Auckland: un team italiano si giocherà da stanotte la Coppa America per la terza volta nella storia. Luna Rossa se la vedrà (a partire dalle 4, orario italiano) con il defender Team New Zealand nelle due regate che inaugureranno la sfida. Una barca italiana contro una neozelandese in Coppa America: è un film già visto. Precisamente 29 anni fa, nella finale di Louis Vuitton Cup del 1992 tra il Moro di Venezia e lo stesso Team New Zealand, terminata col risultato di 5-3 a favore degli italiani. Era il “Moro” dei fratelli Chieffi, Tommaso ed Enrico, il primo stratega e il secondo tattico, milanesi, ma cresciuti velisticamente al Club Nautico di Marina di Carrara. “Una fase bellissima della nostra vita”. Non ha dubbi Enrico, il più giovane dei due (sebbene di soli 2 anni). “A Carrara siamo molto legati, del resto nostra madre vive ancora lì. Le facciamo spesso visita, e ogni volta è d’obbligo la classica passeggiata con tappa al Club Nautico”.

Enrico, che ricordi hai di quegli anni all’ombra delle Apuane?
Venivamo da Milano, eravamo ragazzini, ed abbiamo iniziato a fare sport: tennis, calcio, vela… un po’ di tutto. Fino a che abbiamo scoperto di essere grandi schiappe in qualsiasi cosa, fuor che nella vela (ride, ndr). Al Club Nautico c’era un bellissimo ambiente. Noi eravamo fra i più giovani in un gruppo molto bello di ragazzi. C’erano anche grandissimi campioni di allora, Marco Savelli e Alberto Manfredini, e ricordo che passavo le giornate ad osservali e a seguirli. Insomma, ricordi bellissimi di una giovinezza in cui passavamo davvero tanto tempo in barca, o comunque all’interno del Club Nautico.

L’apice della vostra carriera, probabilmente, l’avete raggiunto con la Coppa America del ’92, nel team del Moro di Venezia. Come ci siete arrivati?
L’equipaggio del Moro fu affidato a Paul Cayard, una giovane promessa, che mise insieme un equipaggio di italiani. Fra i tanti venimmo contattati anche io e mio fratello Tommaso, che eravamo sicuramente fra i più bravi in Italia. E iniziammo questa emozionante storia, che sarebbe durata 4 anni. All’inizio ero responsabile dei test in scala reale, e facevo da collegamento fra il team di progettisti e la squadra dei velisti, poi sono passato a fare lo stratega e infine, in Coppa America, al ruolo di tattico.

Il Moro di Venezia vide sfumare la Coppa America perdendo 4-1 contro gli americani, ma ad oggi rimane l’unica barca italiana ad aver vinto una regata nella finalissima.
Sì, quella rimane la miglior sfida italiana di tutti i tempi. Mi auguro con tutto il cuore, però, di essere superati da Luna Rossa. Mi piacerebbe tantissimo che l’Italia ce la facesse. E’ una squadra di primo livello.

Stanotte andranno in scena le prime due regate tra Luna Rossa e Team New Zealand. Di nuovo una italiana contro una neozelandese, come accadde a voi nel ’92 in finale di Louis Vuitton Cup.
E’ chiaro che le persone a bordo sono diverse, ma si tratta sempre della solita sfida, alla fine, tra due culture a confronto: quella neozelandese, di un’isola persa nell’Oceano Pacifico, e quella italiana, che è stata al centro del mondo per gran parte della storia dell’umanità.

Che sfida ti aspetti?
Una sfida che si giocherà principalmente da un punto di vista tecnologico. Già stanotte vedremo se ci sarà quella tanto paventata differenza di velocità a favore di New Zealand che tutti temiamo (e ahimé ci sono precisi elementi tecnici che lo suggeriscono). In quel caso la coppa sarebbe finita prima di partire. Se invece così non fosse, gli italiani avranno il vantaggio di aver regatato finora, peraltro facendo enormi passi avanti anche nel corpo a corpo e a livello di prestazioni. A parità di prestazioni, punterei tutto su Luna Rossa. Entrambi i team alla fine partono con un vantaggio. Quello che ha il team Prada può essere superato solo da un’imbarcazione nettamente più veloce.

Le barche che vediamo oggi sono molto diverse da quelle delle Coppe America di una volta. Cosa ne pensi?
Mi piacciono moltissimo. Hanno fatto una scommessa incredibile nel scegliere un’imbarcazione del genere, che non era stata mai stata costruita prima. Confrontandole con quelle della penultima Coppa America, che erano dei catamarani “volanti”, queste sono anni luce avanti. Quanto poi sia più bello stare su queste barche, invece, è un altro discorso. Non sempre la velocità ti regala le emozioni più grandi. Nella lentezza vengono esaltate doti di raffinatezza, di tattica e di regolazione che la velocità non ti permette. Ripeto, io apprezzo moltissimo il mondo della vela di oggi, ma al tempo stesso spero non si faccia l’errore di considerare quello che c’era prima come obsoleto.

A proposito del mondo di oggi: molti oggi ritengono che il fatto che il campo di regata presenti dei confini sia un fattore limitante nelle gare. Sei d’accordo?
È senz’altro limitante, ma dipende da cosa intendiamo con questo termine. In quasi tutte le discipline, che siano sportive o di lavoro, le regole definiscono il campo di gioco. Fatto questo, devi riuscire a mettere in campo tutte le azioni che ti permettono di sfruttarlo al meglio. Con un campo limitato sei costretto a manovre più frequenti, e questo rende più dinamico lo scontro fra imbarcazioni. Luna Rossa, ad esempio, ha fatto una barca potenzialmente meno veloce, ma capace di manovrare con grande efficienza rispetto a chi avesse scelto la velocità assoluta. Insomma, alla fine credo che, una volta che tutti hanno le stesse limitazioni, vincerà chi si saprà adattare meglio.