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Tommaso Chieffi, il campione di vela cresciuto a Carrara: «Coppa America apertissima: Luna Rossa può farcela» foto

L'ex responsabile dell'equipaggio del Moro di Venezia si racconta alla Voce Apuana: «Al Club Nautico devo molto, è lì che è iniziato tutto. Le nuove barche? Mi piacciono, ma per me la vela rimane quella di una volta»

MARINA DI CARRARA – Cinque anni in Belgio, altri cinque a Milano, poi il trasferimento a Marina di Carrara. Dove tutto è iniziato. Dove Tommaso Chieffi, 27 volte campione del mondo, ha dato il via alla sua attività agonistica come velista. Erano gli anni ’70, e circa 10 anni dopo sarebbe iniziata la sua carriera professionistica come timoniere del Team Italia. Nel ’92, poi, con il Moro di Venezia e il trionfo nella Louis Vuitton Cup, tenne tutta Italia incollata agli schermi. Oggi invece, passati 10 anni dall’ultima regata, e con la Prada Cup in corso che vede il team italiano in lizza per un posto in finale, è lui ad assistere da attento spettatore.

Due vittorie e due sconfitte per Luna Rossa in questa fase Round Robin. Un momentaneo secondo posto ma tutto è ancora da decidersi. Come valuti questi primi risultati del team Prada Pirelli?
Direi che per il momento sta andando bene, è lì che se la gioca. Gli altri team, New York Yacht Club e Ineos UK, questa volta sono pochi ma comunque di grosso calibro. Il calendario di questo fine settimana è cambiato, dato che American Magic ha avuto un grosso incidente con danni importanti. Luna Rossa se la vedrà solo con Ineos UK e se dovesse vincere entrambe le prove di sabato e domenica andrebbe direttamente in finale. Dunque è pienamente in gioco.

Raccontaci della tua crescita come velista. È iniziato tutto da Marina di Carrara, giusto?
Esatto. A Carrara devo molto, è dal Club Nautico che è partita la mia carriera. Prima abitavamo a Milano, ma il mio papà aveva la passione per le barche e ci portava spesso a Maralunga, vicino al Golfo di La Spezia. Milano non gli piaceva proprio, quindi decise di trasferirsi a Marina di Carrara. Lui voleva il mare, il suo sogno era costruirsi una barca a vela. Poi non lo fece, anzi, fece tutt’altro. In ogni caso noi, io e mio fratello Enrico, iniziammo a frequentare il club nautico. Erano gli anni ’70. Nell’84 partecipammo alle Olimpiadi di Los Angeles classe 470 e ci classificammo quinti dopo aver vinto nell’81 il campionato europeo della classe. L’anno dopo le Olimpiadi, invece, ci aggiudicammo il mondiale proprio tra le acque di Marina di Carrara. 

Tra i tuoi successi in America’s Cup c’è anche la Louis Vitton Cup nel ’92 con il Moro di Venezia. In quel periodo faceste davvero sognare tutti gli italiani appassionati di vela…
Un’avventura senza dubbio importante, con un team internazionale di 300 persone, un equipaggio di 40 e una grande squadra di progettazione e costruzione. Un po’ come per la Ferrari, per fare un paragone. Io e mio fratello Enrico passammo da Italia, un team nazionale e molto giovane, a uno di questo tipo. E fu un grande salto qualitativo, dal punto di vista sportivo ma anche organizzativo e gestionale. Io ero responsabile dell’equipaggio, mio fratello responsabile dei test in scala reale. Arrivammo a vincere la Louis Vitton Cup contro team New Zealand, accedendo così allo scontro con America per l’America’s Cup. Prima di quella finale purtroppo avevamo fatto un’errata valutazione dell’avversario. Tutti i test precedenti ci davano in vantaggio, ma alla fine la barca americana era quel poco più veloce che, nonostante l’equipaggio fosse inferiore al nostro, riuscì ad aggiudicarsi la finale.

Generico gennaio 2021
team moro di venezia vela

Il team del Moro di Venezia, anni ’90.

E questa edizione, invece, come pensi andrà a finire?
Secondo me, continuo a dirlo a tutti, è impossibile fare pronostici. Perché ci sono tre team: Prada (Luna Rossa, ndr) ha esperienza in Coppa America, New York Yacht Club ha molti soldi e risorse, e altrettanto il team inglese. E ultimo, ma non meno importante, il Team New Zealand, che è quello con meno risorse di tutti ma con una grande capacità di fare le cose con pochi denari. È una società super tecnologica e dove tutti sono appassionati di vela. Parliamo dunque di quattro team al top. Questa volta mancano quelle squadre “cuscinetto”, meno forti degli altri. Luna Rossa per me ce la può fare, ma non sarà facile, perché sono tutti molto preparati.

E tu sei mai stato vicino, nella tua carriera, ad essere ingaggiato da Luna Rossa?
No, io e mio fratello non siamo mai stati contattati. Credo che fosse una scelta strategica di Patrizio Bertelli (patron di Luna Rossa, ndr) per differenziarsi, in un certo senso, dall’avventura del Moro di Venezia. Io e mio fratello ne eravamo i capisaldi. Molti dei ragazzi del Moro in realtà vennero coinvolti, ma non erano persone dal grande pubblico, per cui non vi era il rischio di oscurare in qualche modo l’immagine di Luna Rossa.

Le nuove barche a vela stanno facendo molto discutere. A molti non piacciono. Tu cosa pensi di questo nuovo “look”?
Per me la barca rimarrà sempre quella di una volta. All’inizio quando decisero di cambiare passando ai catamarani la presi malissimo, perché persi il lavoro. In quel periodo correvamo con Azzurra nelle Louis Vuitton Series sotto la bandiera dello Yacht Club Costa Smeralda che decise di non continuare. Quindi sicuramente da un punto di vista personale e professionale fu una sconfitta, ma al tempo stesso devo ammettere che sia i catamarani che queste ultime barche a me personalmente piacciono. E penso anche che le barche attuali abbiano il pregio di aver mantenuto quella manovrabilità che permette di fare del match race. Per di più questo tipo di vela, proprio perché molto veloce, ha avvicinato allo spettacolo anche i più giovani. 

Rispetto a un catamarano, secondo te, si avvicinano di più a quella che era la barca di una volta?
Se uno le analizza bene, alla fine sono di fatto come i catamarani, forse ancora più estreme. La realtà è che la storia della Coppa America ci insegna che è una sfida tra yacht club che rappresentano i mecenati delle loro nazioni. E loro vogliono fare la cosa più estrema che si possa fare, quindi era inevitabile che si andasse su questo tipo di barche. La cosa buona, ripeto, è che nonostante la velocità si riesca a fare match race, quella sorta di duello rusticano in cui, all’interno del regolamento, puoi danneggiare un po’ il tuo avversario. Un duello, quindi, che esula dalla regata tradizionale nella quale fai molta strategia quasi ignorando l’avversario.

Sei mai stato su una barca come quelle attuali?
No, non ci sono mai stato. Queste sono una prima assoluta. Ho navigato su barche moderne molto veloci, che viaggiano a 29-30 nodi, questo sì. Ho corso con un catamarano. Sono barche nervose, veloci, però una volta che uno si abitua a quella velocità, quelle che sono le dinamiche di una vela rimangono le stesse.

Hai parlato di match race. A questo proposito, ritieni che l’evoluzione delle barche nel tempo abbia cambiato un po’ lo spirito della competizione, rendendo meno vivo quel duello rusticano di cui parlavi?
Una volta le barche erano molto più lente, e minore è la velocità, più hai la possibilità di fare il gioco di fioretto. Più velocizzi, più ti devi allontanare per ragioni di sicurezza e per questioni legate al tempo di reazione. È per questo che le barche non sono più così tanto vicine come una volta. Ma comunque si avvicinano quel tanto che è sufficiente a danneggiarsi. È la velocità che inganna e dà questa percezione. Sembrano lontane, ma di fatto lo spazio tra di loro è molto inferiore a quanto si pensi.