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«Sui beni estimati si rischia il danno erariale». Lettera aperta degli ambientalisti alla sindaca

Franca Leverotti e Florida Nicolai: «È stata verificata la misura dei beni estimati dei Tecchioni, pubblicati nella foto, dichiarata da Omya? È stata confrontata con quella del 1823? La neo-sindaca, se non vuole incorrere nel danno erariale, deve appurare pertanto l'estensione e la dislocazione dei beni estimati nel 1823 e, su quella, basare gli atti futuri»

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CARRARA – Fino a dove si estendono i beni estimati? La prima individuazione o meglio, ricognizione, risale al 1823, ricostruita dall’università di Pisa: le ambientaliste e docenti accademiche Franca Leverotti e Florida Nicolai, esponenti di GrIG, scrivono una lettera aperta indirizzata alla neo sindaca Serena Arrighi per chiederle di partire da lì nella sua politica sul lapideo. Il tema riguarda la spina dorsale del territorio e di molti contenziosi ancora presenti negli scenari economici, politici e legali. Stiamo infatti parlando delle cave, dei beni estimati, dei beni comuni e del famoso editto del 1751 di Maria-Teresa Cybo Malaspina, principessa di Carrara. Scrivono le due ambientaliste: «Con l’editto ducale di metà Settecento entravano in possesso dei privati cave aperte sui beni delle vicinie (vicinie: proprietà in comune e cosa pubblica n.d.c.) e, a ragione, i gestori attuali ne rivendicano la proprietà e, con essa, l’esenzione dal canone di affitto-illustrano e sintetizzano con alcuni cenni storici Leverotti e Nicolai, per poi proseguire-  Nessun bene della comunità avrebbe potuto essere alienato da allora, ma ciò è avvenuto attraverso atti notarili che attribuiscono natura privata a beni pubblici o che, incuranti della nullità dell’atto, non indicano l’estensione dei beni estimati».

Dopo aver fatto cenno all’annosa diatriba se i beni estimati siano pubblici o privati, le ambientaliste passano a spiegare i confini esistenti originariamente e quindi l’estensione dei beni assegnati dall’editto ai privati, facendo riferimento alla recente ricostruzione avvenuta da parte dell’università di Pisa su incarico della precedente amministrazione:«Il primo atto ricognitivo di queste cave è il catasto del 1823 (geometrico-particellare con relative mappe) che contiene l’indicazione dei beni estimati 70 anni dopo l’editto: certamente, i “baroni” di allora avranno rosicchiato nel frangente altri beni, ma da qui dobbiamo partire. Dalle mappe ottocentesche emerge con evidenza che i beni estimati erano dislocati nella parte bassa delle vallate: la più facilmente aggredibile. I 5 stelle avevano contattato l’università di Pisa che aveva ricostruito l’estensione dei beni estimati al 1823 e sembra che avessero fatto confronti con l’oggi. È stata verificata la misura dei beni estimati dei Tecchioni, pubblicati nella foto, dichiarata da Omya? È stata confrontata con quella del 1823? La neo-sindaca, se non vuole incorrere nel danno erariale, deve appurare pertanto l’estensione e la dislocazione dei beni estimati nel 1823 e, su quella, basare gli atti futuri».

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