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La candidata a sindaco Vincenti si schiera: «L’Anpi non ha bisogno di solidarietà, ma di peso istituzionale»

Si esprime così la rappresentante della Coalizione Progressista dopo gli attacchi all'associazione a livello nazionale: «Non diamo credito a chi vorrebbe ridurre l'Anpi a un gruppo di reduci nostalgici della Resistenza

«L’Anpi non ha bisogno di solidarietà dichiarata, ma di vedersi riconosciuto il peso istituzionale che merita». Si esprime così Rigoletta Vincenti sulle polemiche che stanno investendo a livello nazionale l’associazione, incontrata dalla candidata a sindaco della Coalizione Progressista per un confronto sul programma elettorale. «Non diamo credito – dice Vincenti – a chi vorrebbe ridurre l’Anpi a un gruppo di reduci nostalgici della Resistenza. L’associazione nazionale partigiani non è proiettata all’indietro, ma guarda al futuro. Nel mio incontro con il consiglio direttivo abbiamo discusso di prospettive per la città, non di trascorso. Con i soci ci siamo scambiati vedute sull’economia del territorio, su estrazione del marmo e portualità, sul rilancio del centro storico, sui grandi temi della pace e dell’accoglienza. Ho trovato ampi margini di dialogo nella discussione condotta da Almarella Binelli, che come donna e come presidente sono sicura darà concretezza ai progetti dell’associazione».

Al centro del dibattito anche il patrimonio dei valori della Resistenza: «Abbiamo parlato di memoria attiva e non solo commemorativa – ha aggiunto Vincenti – da promuovere con un delegato nella futura giunta. Valorizzare i sentieri percorsi dai nostri partigiani con una cartellonistica storica sarebbe un modo efficace per trasmettere le radici della nostra democrazia. Dedicare, secondo l’idea dell’associazione, un monumento alle donne del VII luglio rappresenterebbe un passo avanti verso quella parità di genere che manca anche nell’intitolazione di strade e statue, come se la componente femminile non avesse avuto un ruolo nel progresso della nostra società. L’Anpi ha settantasette anni, ma non li dimostra e – ha concluso Vincenti – la modernità non è un fatto anagrafico».