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Cave, Italia Viva contro Persiani: «Non offre sufficienti garanzie. Serve videosorveglianza»

«Questo potrebbe garantire la provenienza e la lavorazione in loco del materiale, favorendo la costituzione di un marchio di Indicazione Geografica Protetta del marmo di Massa»

MASSA – Il Regolamento degli Agri Marmiferi del Comune di Massa che la giunta Persiani vuole approvare, secondo Eleonora Lama e Jacopo Cangogni di Italia Viva, «non offre sufficienti garanzie per il territorio ed è bene che i cittadini ne siano informati, visto che non ci risulta sia stata posta in essere, ad oggi, alcuna forma di coinvolgimento pubblico su un tema così delicato».

«Lo ricaviamo da alcuni dati – affermano Lama e Cancogni – Non solo basterà lavorare in loco il 50% del materiale estratto per aggiudicarsi una concessione fino a 25 anni, il 40% per una concessione fino a 21 anni, il 30% per una concessione fino a 17 anni e il 25% per una fino a 13 anni – durata che verrà inspiegabilmente stabilita dalla Giunta – ma inoltre non è prevista alcuna ulteriore strategia per incrementare la filiera corta e cioè per aumentare i soggetti coinvolti nella lavorazione e commercializzazione del marmo. Obbligare a lavorare in loco non è sufficiente. Le grandi imprese, infatti, hanno già propri impianti di lavorazione. Diverso sarebbe incentivare i concessionari alla vendita in loco. In questo modo anche chi lavora e commercializza il marmo avrebbe maggiori possibilità di partecipare alla filiera, rispetto alle attuali. Non è previsto, inoltre, alcun nuovo sistema pubblico di controllo e tracciamento delle quantità e qualità del materiale estratto – precisano – Saranno i concessionari, compilando un certificato o inserendo un chip, a dichiarare il tipo di materiale e la quantità estratta».

Lama e Cancogni propongono un’alternativa. «Un sistema di videosorveglianza intelligente, invece, permetterebbe di monitorare, cava per cava, tutto ciò che viene estratto e di tracciarlo fino alla pesa pubblica, dove il Comune, attraverso addetti specializzati, potrebbe qualificare il materiale e applicare la corretta tassazione – spiegano –  Un sistema di tracciamento pubblico potrebbe, inoltre, garantire la provenienza e la lavorazione in loco del materiale, favorendo la costituzione di un marchio di Indicazione Geografica Protetta del marmo di Massa».

«L’ultimo dato preoccupante è quello relativo al canone estrattivo – proseguono – Il canone sarà calibrato non sul valore del singolo blocco effettivamente estratto, ma su una “media ponderata” e cioè una tabella elaborata sulla base di dati presuntivi e approvata con atto di Giunta. Ci domandiamo perché l’amministrazione massese preferisca calcolare la tassa marmo su dati presuntivi anziché sui dati reali, quelli che registra mensilmente la pesa pubblica gestita dalla Master e, cioè, gli unici dati in grado di dirci effettivamente quanto materiale e di che qualità scende dalle nostre montagne. Solo grazie all’intervento del presidente della commissione ambiente, il consigliere Luca Guadagnucci, che già lo scorso dicembre chiese il rinvio dell’approvazione del regolamento è stata, infatti, prevista la “possibilità” (e non l’obbligo!) di rivedere il canone, a partire dal 2021, sulla base dei dati della pesa. Come verranno utilizzati, infine, il canone concessorio e quello estrattivo? La prima bozza dei Pabe, infatti, sembrava preludere alla riapertura di almeno 7 nuove cave, dunque, è prevedibile che nei prossimi anni assisteremo a maggiori introiti ma anche a maggiori necessità ambientali. Di questo nel regolamento si dice poco e nulla».

«L’attività estrattiva non deve essere demonizzata – concludono Lama e Cancogni – essendo un comparto fondamentale della nostra Provincia ma sono proprio le amministrazioni che devono disciplinarla attentamente in modo che il territorio ne possa ricavare i maggiori benefici con i minori costi in termini ambientali, mentre ci sembra che alla base di questo regolamento manchi, nella sostanza, un progetto di sviluppo accorto del settore lapideo massese».