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La sinistra, le lotte, il lavoro… e la "piena occupazione"

Nicola Cavazzuti (Rifondazione Comunista) risponde all'editoriale del nostro direttore Matteo Bernabè e si apre il dibattito

Carissimo Direttore,
La ringrazio per il suo intervento sulle questioni della “sinistra” e per questo Le invio questa lettera aperta che spero avrà spazio per pubblicare.
Da molto tempo ascoltiamo l’utilizzo della categoria “sinistra” come generico contenitore di tutto quello che non è destra, cucinando così una brodaglia comunicativa che poco assolve al compito informativo. Troviamo questo esercizio lessicale sui social network come argomento preferito di troll e falsi profili le cui volontà di discussione sono pari a zero. Notiamo però che la stessa semplificazione viene utilizzata da chi invece ha strumenti e conoscenze per poter distinguere e soprattutto per fare corretta informazione. Inutili ci sembrano i tentativi di utilizzo di avverbi per salvataggi in calcio d’angolo o per addolcire la medicina: il succo del discorso nella sua interezza è chiaro.
A Lei dovrebbe essere chiaro che esiste da tempo una posizione netta da parte della Sinistra (e mi riferisco, per chiarezza, a tutta quella parte di pensiero progressista oltre il Partito Democratico composta non solo da organizzazioni di partito ma anche da singole soggettività che nella “liquidità” della politica meritano ascolto e considerazione) la quale si esprime sia per i diritti civili che per quelli sociali, ma soprattutto rifiuta quella guerra tra poveri (ultimi e penultimi nella sua citazione di Rampini) che è frutto della “lotta di classe” mai sopita e argutamente riscoperta da Luciano Gallino.
Le mobilitazioni per le crisi del lavoro che hanno devastato socialmente il nostro territorio, e continuano a farlo, e che hanno visto quella Sinistra impegnata a proporre soluzioni oltre le logiche di mercato non possono essere cancellate con un semplice tratto di penna. Presidi, manifestazioni, blocco di sfratti, proposta di atti amministrativi, mobilitazioni di lavoratori e lavoratrici, proposte sul diritto alla salute, proposte sul valore della pubblicizzazione dei servizi essenziali non è possibile che vengano cestinate dall’informazione. O meglio, noi a Sinistra non le possiamo dimenticare, non possiamo pensare che la lotta tutta interna al fallimentare sistema economico dominante possa essere ridotta ad una semplicistica classificazione “radicali chic”.
Occorre osservare che i mezzi di comunicazione di massa spesso rimangono incagliati nelle secche creare da temi “fastidiosi” al potere costituito che oggi è ben rappresentato dalla narrazione salviniana che appunto monopolizza ogni discussione sulla “difesa dei confini” e sulla identità italo-cristiana e che ieri trovava in Renzi degno esponente, ancora prima il tecnico Monti o ancora l’istrionico Berlusconi.
Per questi motivi abbiamo ritenuto il suo intervento interessante, molto interessante. Ci ha dato una misura di quanto oggi occorra lavorare sulla narrazione che tende a ridurre, a semplificare, spesso a banalizzare, in nome di una immediatezza eccessiva del racconto, saltando a piedi pari i contenuti, e a creare archetipi irreali, falsi, ma di facile comprensione. Naturalmente tutto questo è legittimo e legittimamente divulgato. Su un aspetto riteniamo però debba essere fatta chiarezza assoluta: la semplificazione della comunicazione e la semplificazione dei mezzi di comunicazione non può permettere a nessuno, e prima di tutto a noi che crediamo ancora nel valore della politica e che ci siamo presi l’impegno di promuoverlo, di dimenticare che davanti allo schermo, davanti ad un foglio di carta pieno di notizie, ci stanno donne e uomini in carne e ossa che quasi sempre devono affrontare quotidianamente problemi reali, seri, vitali. Non ce lo permette la nostra coerenza e non ce lo permette la nostra onestà.
Cordialmente,

Nicola Cavazzuti

Coordinatore comunale di Massa del Partito della Rifondazione Comunista

Carissimo Cavazzuti,
innanzitutto La ringrazio di cuore della Sua interessantissima replica al mio editoriale di domenica. Il mio intento era proprio quello di stimolare ed elevare il dibattito e mi fa davvero piacere che sia intervenuto un rappresentante “della sinistra”. Sostanzialmente Lei mi rimprovera di aver fatto “di tutta l’erba un fascio” nell’utilizzo della parola “sinistra”. Sì, visto dal Suo punto di vista, potrebbe sembrare banale (e La capisco), ma mi lasci spiegare cosa intendo io per “sinistra”. Secondo me, per esempio, la caratteristica numero uno della sinistra dovrebbe essere quella di fare gli interessi dei lavoratori.
Ma come si fanno gli interessi dei lavoratori? Con le lotte, con gli scioperi, con le mobilitazioni? Anche. Ma secondo me c’è qualcosa di più accanto a quello – e ne va della credibilità della sinistra – ovvero proponendo delle soluzioni, sorrette da un punto di vista accademico, che permettano la piena occupazione. “Piena occupazione” un termine che, di fatto e purtroppo, non mi pare aver sentito nel dibattito pubblico. Ma si tratta di una parola vitale che porta con sé l’aumento dei diritti dei lavoratori e il loro potere negoziale. Che leva contrattuale ha oggi il lavoratore con un tasso di disoccupazione ufficiale del 10%?
Quindi, la domanda a questo punto è: la piena occupazione è possibile? Come si fa a raggiungerla? Se analizziamo le pubblicazioni accademiche che vanno oltre il mainstream neoliberista e mercantilista (da cui anche un pezzo molto ampio della sinistra è stato rapito), scopriremo che esistono delle proposte ben fondate e che, fortunatamente, dall’altra parte dell’oceano Atlantico, negli Stati Uniti, ottimi politici in vista come Bernie Sanders o la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, le hanno inserite nei loro programmi politici.
A cosa mi riferisco? All’intervento pubblico nell’economia finalizzato al raggiungimento della piena occupazione attraverso i cosiddetti “programmi di lavoro transitorio” o “programmi di lavoro garantito” (su internet si trova molto, anche in italiano, sull’argomento. In inglese “job guarantee” o “transition jobs”) da attuare attraverso lo strumento del deficit pubblico che, molto banalmente significa meno-tasse e più-spesa, più-investimenti pubblici.
Il “deficit pubblico”, altro termine chiave che la sinistra sembra aver dimenticato. Nella situazione in cui ci troviamo oggi, il deficit pubblico è uno strumento fondamentale, vitale. Quindi non bisogna aver paura a pretenderlo chiaramente e a proporlo come strumento utile a raggiungere la piena occupazione. Perché non sento il grido della sinistra su queste tematiche vitali? Sì, qualcuno c’è a sinistra che parla di queste cose ma è una piccola, piccolissima nicchia, purtroppo marginale e “senza megafono”. Consigliera economica di quei due politici citati sopra è la professoressa Stephanie Kelton che non molto tempo fa scrisse questo: «Se sei progressista e sei fissato con l’aumento delle tasse per “pagare” tutto, stai abbracciando un approccio fondamentalmente neoliberista (di tipo thatcheriano) alla finanza pubblica».
Le racconto un aneddoto che, forse, Le farà capire meglio la mia posizione. Quasi dieci anni fa, quando lavoravo per Tele Toscana Nord, seguii tutta la vicenda relativa ai Nuovi Cantieri Apuania e le relative lotte dei lavoratori. Allora ero anche un giovane attivista che aveva iniziato da poco a fare divulgazione macroeconomica e monetaria e che parlava già allora, in maniera molto più rude, di questi temi. Nel corso di una delle tante manifestazioni avvicinai un sindacalista (davvero “di sinistra”) molto in vista, allora come oggi, a livello locale. Gli consegnai un documento scritto e gli spiegai in breve di cosa si trattava, proponendo, tra l’altro, di organizzare qualcosa insieme per discutere di queste tematiche. Non l’ho mai più sentito.
Quindi le proposte che brevemente ho riportato sopra, fatele. Fatele! Non aspetto altro. Sarò il primo a darne evidenza con enorme entusiasmo. Anzi, rilancio: organizzate un dibattito, magari coi sindacati, su queste tematiche, parteciperei con molto piacere. Vedrà che potremmo trovarci d’accordo su molte cose.
Cordialmente,

Matteo Bernabè

Direttore ‘La Voce Apuana’