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Cave, Legambiente contro Confindustria: «Nessun premio per i “rapinatori” del marmo»

La richiesta dell'associazione ecologista è quella di «mantenere solo le cave che producono vera occupazione»

CARRARA – «La legge regionale 35/15 “Disposizioni in materia di cave”, dovendo recepire la normativa europea sulla libera concorrenza, ha introdotto la gara pubblica per il rilascio delle concessioni d’escava­zione. Tuttavia, accogliendo le pressioni degli attuali titolari di cava che temevano di perdere la gara di fronte a offerte più vantaggiose per la comunità, ha previsto la possibilità di prorogare fino a 25 anni (senza gara) le attuali autorizzazioni a quelle cave che si impegnassero a lavorare in loco almeno il 50% dei materiali da taglio». Torna alla carica Legambiente Carrara sulla normativa sulle cave e attacca Confindustria: «No alle richieste dei “rapinatori” del marmo».

«Pur trattandosi di un evidente premio alla rendita di posizione degli attuali detentori di cave – scrive l’associazione l’associazione ambientalista – Legambiente ha ritenuto accettabile questo compromesso poiché avrebbe garantito un rilevante incremento dell’occupazione. Infatti, per quanto gli studi di Confindustria Verona (2016) e della Camera di Commercio (2012), che stimano rispettivamente 9,4 e 11,5 occupati nella filiera del marmo e nell’indotto per ogni occupato in cava, possano essere sovrastimati, resta indubbio che l’occupazione legata al marmo è di gran lunga superiore a quella del solo comparto estrattivo. Ne deriva pertanto che l’occupazione può essere realmente incrementata solo favorendo la lavorazione in loco del marmo estratto e, dunque, riducendo (tendenzialmente a zero) l’esportazione dei blocchi e degli altri materiali da taglio».

«Oggi, sei anni dopo aver incassato il premio alla rendita di posizione sopra citato, il capogruppo della sezione lapideo di Confindustria apuana, Fabrizio Santucci, dichiara che la lavorazione in loco è molto inferiore al 50% richiesto, che molte aziende non hanno nemmeno più le tagliablocchi per squadrare gli informi né lo spazio per collocarle e che, comunque, i costi sarebbero troppo alti rispetto alla concorrenza. Si appella pertanto al Comune affinché sostenga la sua richiesta alla regione di ‘riformare’ la L.R. 35/15 abbassando la percentuale di lavorazione in loco (considerata inattuabile) e/o di limitarla ai blocchi (escludendo gli informi). Condisce l’appello prospettando, in caso contrario, scenari economici apocalittici: minori entrate comunali dal marmo, inevitabili licenziamenti e così via a cascata».

Secondo Legambiente questo è «uno spauracchio inconsistente. Gli scenari evocati, tuttavia, riflettono solo la paura degli attuali imprenditori di perdere la cava (allo scadere della concessione) a vantaggio di offerte di gara più vantaggiose per la comunità, avanzate da altri imprenditori. È del tutto evidente, infatti, che il mantenimento della L.R. 35/15 non solo non comporterebbe alcuno scenario catastrofico ma, anzi, apporterebbe vantaggi alla comunità sia in termini economici che occupazionali. Con la loro richiesta, dunque, gli attuali imprenditori, pur fingendosi maldestramente benefattori, hanno gettato la maschera: pretendono di accentuare il già insostenibile carattere predatorio di tipo coloniale dell’escavazione apuana. Pretendono cioè di esportare ancor più blocchi e informi (che saranno lavorati a minor costo in altri paesi) e di ridurre le Apuane a un immenso giacimento minerario da cui si può trarre ricchezza riducendo ulteriormente l’occupazione in loco e lasciando solo devastazione.

La richiesta dell’associazione ecologista è quella di «mantenere solo le cave che producono vera occupazione. Chiediamo all’amministrazione non solo di respingere seccamente la richiesta di Confindustria, ma di modificare quanto previsto per la gara pubblica nel regolamento degli agri marmiferi recentemente approvato. Poiché è dovere dell’amministrazione comunale di utilizzare le risorse del territorio riducendo al minimo la devastazione e incrementando al massimo i vantaggi per la comunità, le rinnoviamo la nostra richiesta di introdurre nel bando di gara (come requisito per parteciparvi) l’impegno a lavorare in loco almeno il 50% del materiale da taglio estratto, premiando col punteggio di gara gli imprenditori che lavorano percentuali più elevate. In tal modo sarebbe addirittura possibile aumentare l’occupazione pur chiudendo le cave più distruttive (a partire da quelle in cui i detriti rappresentano oltre il 90% del materiale estratto) e quelle che, esportando i blocchi, deprimono l’occupazione locale.
L’amministrazione, purtroppo, non solo ha respinto la nostra richiesta ma, nella gara ad evidenza pubblica, non ha fissato alcun obbligo di lavorazione in loco: prevede dunque già, per il futuro, che le cave potranno esportare anche il 100% del materiale da taglio. Una vergogna e un danno per la comunità a cui è urgente porre rimedio».