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«Cave, i nuovi regolamenti confermano la riduzione dei livelli occupazionali»

L'intervento di Andrea Figaia, segretario della Cisl di Massa-Carrara: «Indifferenti alla lavorazione in loco artistica o di qualità»

MASSA-CARRARA – Riceviamo e pubblichiamo dal segretario provinciale della Cisl, Andrea Figaia.

Tempo fa, molto tempo fa, purtroppo, ho fatto un bel sogno: riunione operativa presso la locale associazione industriali per concludere l’accordo relativo all’insediamento di una importante azienda alimentare emiliana nella nostra zona industriale; di fatto la definizione di un impianto per la produzione di pizze, pasta e biscotti integrali. 500 posti di lavoro stabili, full time, stipendio medio – con i turni – 1700 euro. Picchi di produzione stagionali con almeno 150/200 lavoratori in aggiunta sia pure a tempo determinato. Non ricordo bene se trattavasi di una joint venture con un importante imprenditore del lapideo apuano o carrarese, ma, forse, anche no. Che bello: il mondo delle imprese industriali che rioccupa terreni ‘avvelenati’ con un produzione alimentare pulita.

Il sogno si è poi interrotto: troppo bello? Il risveglio, invece, lo ricordo bene: montagne ‘irripetibili’ fatte fuori nel corso nemmeno di una generazione con una previsione di impatto ambientale da rabbrividire; posti di lavoro ormai, onestamente, troppo pochi, per poter portare nell’arco degli escavatori, frecce con un minimo di sostanza oggettiva; incidenti mortali che nell’arco del decennio, anche se fortunatamente in calo, forse per il fato, hanno rappresentato un cluster di livello nazionale (ripetuti interventi di giornali e tv nazionali).

Recentemente una importante associazione cattolica ha riproposto il tema della convivenza tra ambiente occupazione e sicurezza su lavoro. Alla fine, dice il presidente degli industriali, “ho notato come il moderatore della conference fosse ‘dispiaciuto’ del fatto che la serata, insomma, non avesse prodotto scintille”. Insomma, tutto bene?! Penso che la stagione del Piano regionale cave, il Regolamento in ogni Comune e i Pabe abbiano sancito o stiano sancendo (vedi Massa) la irreversibilità della escavazione di marmo nelle Apuane, così come concepita negli ultimi decenni. Quella, per intendersi, che privilegia i nuovi macchinari a grande impatto tecnologico che escavano in quantità e riducono l’occupazione, indifferente alla lavorazione in loco artistica o di qualità. La (ri)scrittura normativa di questi testi, attesa da tempo immemore, è stata appiccicata burocraticamente all’esistente e impostata a osare (escavazione se possibile maggiore, senza alcun contingentamento) ancora di più. Spesso la normativa è stata costruita – vedi Pabe – assieme alle imprese di riferimento in quel comune. È evidente che i rigagnoli o solchi storici di fiumicciattoli siano cambiati o spariscano in presenza di una escavazione di questa fatta. E quindi: una riappropriazione di quella porzione di area estrattiva, sburocratizzando il concetto, finisce per valorizzare lo status quo, in un concetto di cava ‘privata’. Insomma: perché comunalizzare i vecchi rigagnoli deve esser scontato o peggio legato strumentalmente all’occupazione ?

Quanto guadagnerà il Comune da questa derubricazione, cioè la collettività? Alla fine direi che le ‘scintille’ stanno nelle cose: ha senso iniziare a negoziare con il padronato e poi, quando la negoziazione finisce, iniziare la guerra legale? Non avrebbe forse avuto più senso stabilire ‘a monte’ una strategia negoziale del tipo alla pari e alla fine si prende tutto quanto condiviso (come avviene nei negoziati) oppure in caso contrario, visto che comunque andate in Tribunale, allora ci andate per tutto?