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«Lavoratrici troppo penalizzate durante il covid». Anmil: 8 storie di resilienza per l’8 marzo

Il presidente della sezione di Massa-Carrara, Bruschi: «A causa della pandemia la condizione delle donne nel mondo del lavoro è fortemente peggiorata, fino a farle più sacrificabili e sacrificate»

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MASSA-CARRARA – “Lavoratrici contro covid: 8 storie di resilienza per l’8 marzo” è il titolo del progetto Anmil che nasce da una proposta della Commissione per le Pari opportunità dell’associazione. L’iniziativa, attraverso gli occhi delle protagoniste che lo hanno reso possibile, vuole rendere omaggio alle donne che hanno continuato a lavorare resistendo alla pandemia e promuovere la cultura della prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali in vista della Giornata internazionale della donna.

L’evento è stato presentato nel Teatro dè Servi di Roma già lo scorso 3 marzo con il coinvolgimento del ministro per le Disabilità Erika Stefani, la presidente della Commissione Lavoro del Senato Susy Matrisciano, la presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati Debora Serracchiani e del presidente Inail Franco Bettoni. Le 8 protagoniste sono: Rachele Azzarone (neo laureata in medicina), Liana Berishvili (medico geriatra), Emilia Boi (artigiana), Nadia Ciardiello (impiegata ATA e contaggiata dal covid), Elisabetta Ciuffo (impiegata ASL), Serena Esposito (agente immobiliare), Justyna Putek (cameriera polacca in un Pub) e Dalila Sahnoune (badante di un ragazzo disabile).

Le storie emblematiche di queste lavoratrici vogliono rappresentare il significato e i risvolti di una malattia che nel 2020, stando ai dati Inail, ha colpito in totale nel nostro Paese 131.000 lavoratori, di cui 91.000 donne (70%) e 40.000 uomini (30%), e ne sono deceduti 423, di cui 71 donne (17%) e 352 uomini.

“Il 2020 – dichiara il presidente territoriale Anmil Massa-Carrara Paolo Bruschi – sarà ricordato come uno dei peggiori anni nella storia della Repubblica italiana, ma anche di gran parte dei Paesi del pianeta. La pandemia da covid-19 che, raggiunto il picco nei mesi di marzo e aprile, aveva fatto ben sperare in estate con la curva dei contagi in netta discesa, a partire da settembre invece, è ripartita con rinnovata virulenza. La crisi prodotta dalla pandemia e dai provvedimenti adottati per contrastare l’emergenza sanitaria ha portato svantaggi in tutti i settori partendo da quello economico, del lavoro, della vita sociale passando da quello familiare e chi ne ha risentito di più è stata soprattutto la componente femminile. A causa della pandemia la condizione delle donne nel mondo del lavoro è fortemente peggiorata, fino a far diventare le lavoratrici più sacrificabili e sacrificate. Infatti, quando si è trattato di decidere nelle case degli italiani chi dovesse restare a casa a prendersi cura dei figli e delle persone con disabilità, non ci sono stati dubbi: le donne sono state le prime ad essere scelte per lo smartworking, cassa integrazione o addirittura sono state licenziate non appena possibile. Eppure, proprio le ‘predilette’ dal virus Sars Covid-19 nel contagio, sono state quelle che più degli uomini hanno saputo resistergli e superarlo».

«In base ai dati statistici Inail elaborati da Franco D’Amico (esperto statistico Anmil) – continua Paolo Bruschi – la pandemia ha colpito molto duramente soprattutto il nord del Paese, dove nel 2020 si sono registrati oltre 68.000 infortuni femminili, pari a circa il 75% del totale nazionale (50,2% nel nord-ovest e 24,7% nel nord-est). La regione con il più alto numero di infortuni femminili è in assoluto la Lombardia, con quasi 27.000 casi e quasi il 30% del totale nazionale; seguono in graduatoria le regioni del nord più importanti, sia dal punto di vista demografico che produttivo: Piemonte (15,9%), Veneto (10,3%) ed Emilia Romagna (8,3%); quote significative si registrano anche al centro, in particolare, Toscana (5,8%) e Lazio (5,0%). Poche centinaia di casi con valori percentuali inferiori all’unità si registrano, infine, nelle regioni di minori dimensioni demografiche: Valle d’Aosta (0,6%), Umbria (0,5%), Calabria e Basilicata (0,4% per entrambe) ed ultimo il Molise con 156 infortuni femminili denunciati ed una quota di appena lo 0,2%».

 

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