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Marmo, i sindacati confederali: «Coniugare lavoro, ambiente e sicurezza è possibile»

L'intervento unitario di Cgil, Cisl e Uil che, in parte, si discosta dalla posizione molto più netta delle rispettive sigle di categoria

MASSA-CARRARA – «Le cave di marmo sono un bene comune non riproducibile e limitato. Per questo motivo, come organizzazioni sindacali riteniamo sia necessario promuovere uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale. Nei decenni precedenti in pochi hanno realizzato extraprofitti senza che ciò si sia tradotto in nuovi investimenti in altre attività produttive o nella valorizzazione delle città di Carrara e di Massa, che incrementassero l’occupazione e la ricchezza della città e di tutta la provincia di Massa-Carrara». Inizia così l’intervento unitario dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil che, in parte, si discosta dalla posizione molto più netta delle rispettive sigle di categoria che avevano annunciato di non voler partecipare alla manifestazione di sabato 24 ottobre per la salvaguardia dell’ambiente delle Apuane (qui i dettagli).

«Il lavoro fatto negli ultimi anni dalle istituzioni, dalla Regione Toscana ai Comuni del territorio anche se non esaustivo e risolutivo delle problematiche, con il coinvolgimento delle parti sociali è un lavoro che ha cercato di trovare una sua coerenza nella legge 35 e nei Pabe attuativi con il contributo delle organizzazioni sindacali che dovrà continuare nel distretto lapideo e in tutte le altre sedi istituzionali. Ambiente, lavoro, sicurezza sul lavoro, filiera, concessioni, beni estimati, sono termini ma sono anche concetti, scelte politiche per guardare al futuro, cercando di lavorare per tenere insieme mondi, aspetti, realtà fino ad oggi frammentati. Il sindacato ritiene che il confronto si debba basare innanzitutto sul rispetto reciproco e legato alla ricerca di un obiettivo comune: concetto sempre valido, ancora di più quando si parla di montagne da escavare. Serve la capacità di unire i vari interessi coniugando sviluppo con rispetto ambientale, del paesaggio e dei lavoratori».

«Riteniamo poi indispensabile in un’ottica di valorizzazione del “bene marmo” andare a creare un marchio, proposta da noi sempre sostenuta, che garantisca la tracciabilità e la qualità delle lavorazioni da effettuare nel rispetto delle regole, dell’ambiente e della sicurezza. È indubbio che per rendere esigibili gli impegni e le regole previste dai Piani di Bacino sia indispensabile un sistema di verifica della qualità e della quantità del materiale estratto. Siamo convinti quindi che la conditio sine qua non affinché sia definito un Piano di Bacino operativo è rendere possibile la tracciabilità dei blocchi. Quello che accade al monte non può essere scollegato da ciò che succede al piano, per questo riteniamo che la filiera corta debba essere il modello principale a cui tendere anche con strumenti incentivanti come quello di garantire blocchi da lavorare esclusivamente in loco. Le aziende del marmo vanno collocate in zone più idonee al loro sviluppo industriale, nella direzione incentivata anche dalle iniziative legislative regionali. Devono necessariamente investire per mantenere l’equilibrio tra ciò che si estrae, la durata della concessione e ciò che si può e si deve lavorare in loco.
Sappiamo che un’operazione di questa natura avrà bisogno di essere sostenuta e incentivata e forse proprio questa può essere l’occasione giusta, investendo contemporaneamente sull’innovazione e nel processo produttivo, così da uscirne più forti. Il marmo, bene non riproducibile, dovrà essere escavato in modalità che prevedano un giusto equilibrio tra ambiente ed estrazione, in un percorso di riordino produttivo compatibile».

«Possiamo immaginare forme di premialità (fiscali, energetiche, ecc.) coordinate con le richieste regionali di incremento della produzione in loco. Un simile strumento coniugherebbe tre obiettivi primari, l’incremento occupazionale, la sicurezza idrogeologica e il rispetto ambientale e la salvaguardia del patrimonio produttivo. Il nostro obiettivo è e rimane quello di garantire dal bene marmo una redistribuzione della ricchezza con ricadute più ampie per tutto il territorio».

«Rimane aperto il contesto relativo agli infortuni sul lavoro. Gli interventi di controllo regionale e la formazione che è stata programmata ed effettuata hanno, in parte, ricondotto le lavorazioni ad un rispetto maggiore. La strage e le continue morti sul lavoro, però, ci indìcano un percorso di attenzione di impegno di lavoro continuo per evitare che si possano ripetere. Occorre anche valutare come le recenti innovazioni normative permettano una maggiore escavazione anche di materiale meno pregiato e meno compatto favorendo la produzione di carbonato di calcio, anche utilizzando frantoi mobili di più facile utilizzazione. La compatibilità delle lavorazioni ed il  rispetto dell’ambiente sono paradigmi che in ogni contesto lavorativo devono sempre essere considerati».

«Gli imprenditori – concludono Cgil, Cisl e Uil – dovranno seguire i percorsi normativi della legge 35 anche per quanto riguarda il ‘possesso’ delle cave, spesso oggetto di aspri contenziosi giudiziari: anche in questo caso si deve considerare il principio generale, anche europeo, della libera concorrenza come riferimento non equivoco e rotta tracciata. Noi diamo la nostra disponibilità ad un confronto con tutti gli attori del territorio, sociali ed istituzionali, ma anche con il movimento ambientalista partendo dal presupposto che le cave sono un elemento caratterizzante del nostro territorio e della nostra economia».