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“Un mondo nuovo, una speranza appena nata” il libro sul ’68 presentato a Marina di Carrara

CARRARA – Il libro di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” ha fatto tappa anche a Marina di Carrara, per iniziativa della libreria La Nuova Avventura. Presentatori Carmine Mezzacappa, dell’associazione Dal libro alla solidarietà, e Marcello Palagi, di Ecoapuano. Per Mezzacappa «dal libro emerge una cosa quasi magica: gli anni Sessanta e il Sessantotto appartengono allo stesso modo, sia pure con le specificità dei singoli casi, ai giovani della Spezia e di tutte le altre città del mondo: dal prisma spezzino si coglie una presenza unificante, globale, dalla microstoria si arriva alla grande Storia”. Mezzacappa si è poi soffermato sulla “caratteristica più grande del Sessantotto” che emerge dal libro: “lo spirito libertario, che fu il suo grande merito e allo stesso tempo, forse, il suo difetto».

Marcello Palagi in quegli anni insegnava al Liceo Artistico di Carrara ed è un protagonista del libro, che narra anche le vicende del Sessantotto carrarese e della “Casa Rossa”, la “comune” di quegli anni. Palagi si è soffermato su come leggere il libro: «È un labirinto, si può entrare in qualsiasi punto ma non ci si perde mai grazie ai rimandi, che consentono di ricostruire sempre lo svolgersi delle vite dei protagonisti e degli avvenimenti”. “Un mondo nuovo, una speranza appena nata – ha continuato Palagi – è un libro fondamentale per il metodo con cui è stato costruito, è il primo libro sul Sessantotto perché è il primo libro di storia collettiva, che compie una fusione straordinaria di 343 testimonianze con i documenti e le immagini: un modello nuovo di storia, con una scrittura cordiale. Ciò che emerge è soprattutto la speranza, che in quegli anni covava veramente».

Infine, Giorgio Pagano: «Il Sessantotto fu una stagione breve: non andò oltre il Maggio, o oltre l’anno, a La Spezia e a Carrara. Fu la stagione di un movimento, secondo Edgar Morin, ‘sovra e infra-politico’ e ‘totalmente libertario, ma sempre con l’idea di fraternità onnipresente’. Un movimento con ‘aspirazioni profonde, quasi antropologiche’. Che forse, proprio per questo, non poteva assumere una forma definita. Il principio unificante fu l’istanza liberatrice, la ‘presa di parola’ da parte di soggetti prima silenziosi o che comunque parlavano a mezza voce. La risposta alla solitudine fu la festa dell’incontro e della scoperta dell’altro nello spazio senza barriere dell’assemblea studentesca o del corteo operaio. Un movimento nonviolento, nonostante le contraddizioni. Un’esperienza creativa, che poneva la questione della riforma del sistema dei saperi e di una nuova democrazia all’insegna della fratellanza. Il sogno di una civiltà fraterna fu spezzato nel nome della scelta ‘rivoluzionaria’ e violenta: il ritorno alla dottrina, alle vecchie nozioni e ai vecchi strumenti organizzativi. Certamente l’alleanza tra il Sessantotto etico e quello ideologico – della sinistra storica e nuova – andava tentata. Nel movimento pesarono le radici nelle vecchie ideologie. Ma poteva andare diversamente?».

Pagano ha riflettuto sul “Sessantotto senza Gramsci”: il pensatore della “riforma intellettuale e morale” e della “questione intellettuale” sarebbe stato prezioso sia per poter interpretare quella che fu una “rivolta etica”, sia per dare una forma etico-politica umanistica ai processi di modernizzazione che erano in corso nella società italiana. Questa la conclusione: «La saldatura del Sessantotto etico e di quello ideologico era forse possibile. Sono questioni attuali, perché anche oggi ci serve una reazione culturale umanista all’avvento di un mondo disumanizzato. L’approccio umanistico del ‘Sessantotto degli inizi’ è diventato sempre meno frequente, ma è sempre più necessario».