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Il professor Dolci sul Museo Civico del Marmo: «Increscioso stato di abbandono» foto

L'esperto passa in rassegna i tre musei carraresi. Sul Carmi: «L’idea di dedicare spazi espositivi ai rapporti tra Michelangelo e Carrara aveva un suo senso ma ciò che ci ha lasciato la storia non è tale da esigere più di un paio di stanze»

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CARRARA – Senza nessuna intenzione di innescare polemiche — assicura — ma al solo scopo di fissare alcuni punti e fare chiarezza, il professor Enrico Dolci, a cui Carrara deve il Museo Civico del Marmo sul viale XX Settembre, torna sull’argomento musei, dopo le interviste uscite sulla Voce Apuana al giornalista d’arte Federico Giannini (qui) e all’assessore alla cultura Federica Forti (qui). Il professore, archeologo e specializzato in Marmologia archeologica e artistica nonché già insegnante presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, fa una panoramica sulla situazione museale carrarese e premette: «In attesa che riapra i battenti il museo ospitato nell’ex convento di S. Francesco e che la prossima amministrazione comunale ponga termine all’increscioso stato di abbandono del Museo Civico del Marmo, vale la pena di fare alcune considerazioni sull’attuale situazione creatasi a Carrara in fatto di musei che l’assessore Forti ha recentemente dichiarato “essere degni di questo nome solo da pochi anni” evidentemente riferendosi alla sua “illuminata” gestione».

Il professore contesta il titolo di museo sia al Carmi che al Mudac e definisce i requisiti richiesti per assumere il nominativo di museo: «Intanto va chiarito che una struttura pubblica, per essere definita “museo”, non è tale solo perché espone degli oggetti ma è un “ente” che deve contare su tutta una serie di provvedimenti amministrativi che ne definiscano preventivamente le finalità istituzionali, l’articolazione strutturale degli spazi necessari all’esistenza stessa di un “museo” (spazi dedicati alle esposizioni permanenti e temporanee, uffici, qualifica e numero degli addetti, archivio, biblioteca, magazzini ecc.) e le motivazioni per le quali si è creata una struttura pubblica. Il tutto registrato in uno specifico statuto. Tutto ciò non mi risulta esistere per quanto riguarda sia il Carmi che il nuovo Mudac (ex Centro Arti Plastiche) per i quali si è solo provveduto a nominare dei responsabili impropriamente definiti “direttori” ma che in realtà sono solo “direttori artistici”, trattandosi in questo caso di strutture comunali non autonome ma sottoposte al dirigente comunale del settore cultura, responsabile legale e gestionale delle strutture stesse».

Il professore passa poi a fare una disamina concentrandosi sull’indirizzo del Carmi: «Per quanto riguarda il Carmi — fa conoscere il suo punto di vista il professor Dolci — l’idea di dedicare spazi espositivi ai rapporti tra Michelangelo e Carrara aveva un suo senso ma ciò che ci ha lasciato la storia non è tale da esigere più di un paio di stanze e meno che meno un intero museo. E infatti, nelle mostre realizzate fino ad oggi, si è proceduto a riempire i grandi spazi di Villa Fabbricotti con un’infinità di materiali documentari ed artistici i più svariati i cui legami con Michelangelo sono spesso “forzati”, fermo restando che sul logo “Michelangelo” si può giocare all’infinito con i più fantasiosi richiami. Ciò ha portato ad organizzare delle mostre molto costose nelle quali gli organizzatori si sono sbizzarriti proponendo sovrapposizioni artistiche le più varie fino ad arrivare all’arte contemporanea e tali da procurare nel visitatore più sconcerto che vero interesse e comprensione».

In ultimo il professor Dolci getta uno sguardo critico sulla scelta relativa all’ultima mostra ospitata attualmente al Carmi: «La mostra attualmente in corso e dedicata al progetto di un “memoriale” in onore di Michelangelo, ideato utopicamente dal grande Michelucci nel 1972, è un esempio di quanto sopra. Si è cercato di accumulare materiali espositivi della più varia estrazione puntando sull’eredità lasciata dal genio di Caprese della quale Michelucci si sarebbe fatto interprete e chiamando in causa anche Henry Moore e la sua mostra a Firenze nel 1972 definita “tassello evocativo del contesto di riferimento”. Inoltre, la mostra mescola materiali documentari permanenti con quelli appositamente reperiti per l’esposizione, generando ulteriore confusione fruitiva. Esposizione, peraltro, che propone anche opere del tutto fuori contesto. Un esempio particolarmente eclatante è un gesso ottocentesco relativo al noto rilievo romano di età severiana staccato da una parete di cava a Fantiscritti nel 1863 e portato all’Accademia di Belle Arti di Carrara. La motivazione della presenza di questo pezzo nella mostra sarebbe il fatto che tra i nomi incisi a scalpello sul rilievo originale dai visitatori di turno ci sarebbe anche quello di Michelangelo. Cosa che da molto tempo è stata del tutto esclusa dagli specialisti. Infine – conclude il professore – occorre rimarcare che un museo, per essere tale, deve ovviamente avere un suo patrimonio di materiali originali. In cinque anni di esistenza e con centinaia di migliaia di euro spesi per le mostre realizzate a Villa Fabbricotti, ad oggi risultano patrimonio museale originale del Carmi solo due piccoli dipinti ed una mini-statuetta».

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