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I torrioni del Corchia e le sue gallerie. Le Apuane tra misteri e segreti

Con lo scatto di Mauro Simoncini questa volta ci addentriamo all'interno della "montagna vuota", per scoprire il vissuto e le leggende del sistema carsico più sviluppato in Italia, con gli oltre 60 km di gallerie che rendono il Monte Corchia una meta imprescindibile per gli speleologi di tutta Europa

STAZZEMA – Il suo geoparco è diventato una meta molto ambita dai turisti che ogni anno arrivano per godere dello spettacolo delle sue grotte. Stiamo parlando del Monte Corchia. La montagna vuota, quella più amata dagli appassionati speleologi apuani. Sono oltre 60 i kilometri di gallerie di quello che è il sistema carsico più vasto esistente in Italia, con la prima galleria che venne scoperta alla fine del diciannovesimo secolo da Emilio Simi.

Ma il Corchia non è conosciuto solo per le sue vaste ed esplorate gallerie, ma anche per essere uno dei punti panoramici migliori per godere dello spettacolo della catena apuana. Dalla sua cima, che tocca i 1677 metri sul livello del mare, si possono ammirare le bellissime Apuane Settentrionali, così come la vicina zona dell’Altissimo e il gruppo delle Panie. Una montagna mai banale, che a seconda dal punto in cui è vista può regalare paesaggi diversi. Singolari e suggestivi sono i torrioni, visibili e imponenti da Passo Croce, che Mauro Simoncini ci fa ammirare nel suo bellissimo scatto.

Il Monte Corchia e i suoi Torrioni

ISO200  1/500s  f/5.6  280mm
Uno scatto di qualche anno fa, da cui traspare sicuramente qualche errore da un punto di vista fotografico, ma che rende pienamente giustizia a questi due magnifici speroni di roccia. I Torrioni del Corchia sono uno degli spettacoli delle Apuane, un luogo che tutti dovrebbero vedere almeno una volta, se non per la montagna, per la stupenda vista a 360 gradi dal litorale ligure fin quasi a Grosseto nelle giornate più limpide. Di Mauro Simoncini

Buca di Eolo, Abisso Fighiera, l’Abisso Farolfi, l’Abisso Valinor, l’Abisso Baader-Meinhof o Buca della Mamma Emma. Queste sono solo alcune delle gallerie ad oggi scoperte, tra loro collegate, dentro il Monte Corchia. Ma da qualche parte, dicono le leggende, in una località chiamata Inferno, dentro queste grotte dovrebbero trovarsi le impronte delle corna del diavolo, scalciato via dall’ariete di un pio eremita andato ad abitare sul monte, stanco delle continue disgrazie causate dal demonio. Inevitabile che tutte le storie intorno a questa bellissima montagna si concentrino intorno alle gallerie che la bucano. Ma ai piedi del monte si stende la bellissima Foce di Mosceta, una verde vallata che arriva fino ai piedi della Pania della Croce e che la leggenda vuole collegata al passaggio della Sacra Famiglia. Sono tante, infatti, le leggende secondo cui, quando inseguiti da Erode, Maria, Giuseppe e Gesù scapparono tra le inospitali Apuane. Una volta giunti a Mosceta, Maria decise di riposarsi nella grigia vallata. Dopo il sacro riposo di Maria, si dice, che dalle rocce della vallata sia nata la vegetazione che oggi rende Mosceta un’oasi verde tra le rocciose Apuane.

Purtroppo, però, il Corchia è stato al centro di una vera e propria guerriglia. Anche sui suoi versanti è molto forte l’attività estrattiva che a metà degli anni ’90 fece nascere degli accesi scontri con gli speleologi che arrivavano a studiare lo sviluppato sistema carsico del monte. Le tensioni culminarono nell’incendio del Bivacco Lusa-Lanzoni, una baracca a struttura metallica costruita nel 1978 a quota 1630 metri di altezza come base per gli speleologi della sezione di Faenza, vicino all’ingresso dell’Abisso Fighiera. Si sospetta, infatti, che nel 1994, dopo la chiusura temporanea della cava dei Tavolini, alcuni cavatori di Levigliani appiccarono fuoco alla struttura che da allora non venne più ricostruita. La pace tra i due movimenti venne riportata con l’apertura ai turisti del famoso Antro del Corchia, raggiungibile con una navetta dal paese di Levigliani.

Caratteristico della zona apuana, poi, è anche il nome della montagna. Il nome Corchia sembrerebbe, infatti, derivare dalla radice indoeuropea “karra“. Da questa radice, che significa roccia, si presume derivino anche i nomi del Monte Carchio (ne abbiamo parlato qui), ma soprattutto della città di Carrara.