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La maledizione del Pizzo d’Uccello e della sua parete. Le Apuane tra misteri e segreti

Continua la rubrica in collaborazione con il fotografo Mauro Simoncini e questa volta vi portiamo a conoscere il Cervino delle Alpi Apuane, tra la valle del Serchio e quella del Magra

APUANE – Con i suoi 1782 metri sul livello del mare, il Pizzo d’Uccello si staglia nobilmente a segnare il confine orografico tra la valle del Serchio e quella del Magra. La prima vera vetta apuana che si incontra arrivando da nord, la settima per altezza in tutta la catena. Punto d’incrocio tra la Lunigiana, più in particolare i comuni di Casola e Fivizzano, e la provincia di Lucca, con il comune di Minucciano che tocca gli altri due sulla vetta del monte. Una piramide che domina la valle di Vinca, guardando al Monte Sagro, con una forma così unica e particolare tanto da guadagnarsi il nome di Cervino delle Alpi Apuane.

Grazie al fantastico scatto di Mauro Simoncini, oggi ci spostiamo verso l’estremo nord delle Montagne della Luna, per ammirare e conoscere una montagna ricca di storia, una montagna vissuta dai pastori che abitavano le valli circostanti e anche dai tanti alpinisti che hanno tentato di scalare l’imponente parete nord del monte, con un dislivello di oltre 800 metri.

Pizzo d'Uccello da Foce di Giovo

ISO200 1/400 f/8 8mm
A volte non serve lavorare ore e ore sulle foto. Cambiare i colori, scaldare l’atmosfera, aggiungere contrasto e saturazione. A volte il panorama si racconta da solo come qua a Foce di Giovo. Uno spettacolo per gli occhi. Di Mauro Simoncini.

E proprio sulla famosa parete nord del Pizzo si fondano annose discussioni. Secondo molti, infatti, la parete fu vinta per la prima volta il 9 ottobre del 1927, dopo una serie di tentativi non andati a buon fine partiti 5 anni prima, nel 1922, dagli alpinisti della sezione ligure del Cai, da cui il nome della via da loro utilizzata per l’ascensione: via dei genovesi. Ma per altri, i più puristi tra gli appassionati di scalata, la prima vera e proprio ascensione per la parete nord fu effettuata dagli alpinisti milanesi Colnaghi e Oppio, da cui il nome della via Colnaghi-Oppio oppure via Classica. Ciò che viene contestato ai genovesi è che, la via utilizzata da essi, arriva fino alla Capradossa, una cresta del Pizzo, prima di continuare su un canalone parallelo alla parete.

Inevitabile che di fronte alla possente mole del Pizzo d’Uccello non fossero costruite leggende e storie mitologiche. In fondo, come in tutte le Apuane, la zona era abitata solo dai pastori che cercavano di pascolare i pratoni sotto la montagna. E probabilmente da essi nasce la leggenda dell’ebreo errante che vuole che un giorno proprio questo ricco ebreo girovago sia arrivato nella valle dove oggi sorge il Pizzo d’Uccello. Ma, una volta entrato in contatto con i pastori del posto, essi lo trattarono malamente, tanto da cacciarlo via. L’ebreo errante, colmo di rabbia, lanciò una maledizione che fece piovere neve e massi dal cielo che si posarono per formare l’inospitale parete del Pizzo d’Uccello.

Un’altra storia folklore, invece, racconta di una ragazza, figlia di un possente signore dell’Appennino, scappata da casa per sposarsi con un fabbro che abitava la costa. Quando il padre sguinzagliò i soldati nella ricerca della figlia perduta, che nel frattempo aveva trovato rifugio tra i pastori di Vinca, essa disse a tutti che se i pastori fossero arrivati a chiedere di lei avrebbero dovuto rispondere che l’avevano vista passare durante la seminazione del farro, poi scappò di nuovo verso le Apuane e la costa. Quando i soldati arrivarono, i pastori fecero quello che gli fu chiesto dalla donzella e quando i soldati videro il farro maturo, scoraggiati, tornarono a casa. I pastori, contenti, accesero dei grossi fuochi sulle creste del Pizzo d’Uccello. Dal mare, quindi, una grossa fiammata partì dalla scia di una barca e illuminò tutte le Apuane. Questa usanza venne portata avanti nel tempo per festeggiare il raccolto del farro, ma probabilmente risponde alla domanda del perché, spesso, i pastori bruciavano i fianchi delle montagne per avere prati più pascolabili.