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La leggenda dell’Omo Morto e della Pania Secca. Le Apuane tra misteri e segreti

In questo episodio della rubrica, in collaborazione con il fotografo Mauro Simoncini, ci spostiamo verso il gruppo delle Panie per scoprire la mitologica origine di una delle creste più note delle nostre montagne, passando tra le profonde cavità carsiche che caratterizzano l'ambiente del massiccio

APUANE – Dante le chiamava “Montagne della Luna“, probabilmente riprendendo l’appellativo da come erano soliti chiamarle i romani: “Montagne di Luni“. Noi, oggi, le chiamiamo Alpi Apuane, le montagne simbolo della Provincia di Massa-Carrara. Ma la denominazione odierna è cosa recente. Si presume che il nome, ormai celebre in tutto il mondo, portato in voga grazie alla maestosa opera di Emanuele Repetti, geografo carrarese, sia comparso per la prima volta in un documento ufficiale nel 1797, quando venne istituito il “Dipartimento delle Alpi Apuane” della napoleonica Repubblica Cisalpina. Prima di Repetti e Napoleone, però, le bellissime montagne erano conosciute come Panie, dalla radice, probabilmente gallica, “pen“, che significa vetta o monte e che possiamo ritrovare anche in “Appennino“.

Nonostante l’intera catena abbia ormai cambiato nome, ancora oggi è individuato il gruppo delle Panie, facente parte delle Apuane meridionali e individuabile nel massiccio formato dalla Pania della Croce, soprannominata la Regina delle Apuane, il Pizzo delle Saette, Pania Secca e Uomo Morto. Frequentato da turisti, escursionisti e speleologi, il massiccio delle Panie è da sempre al centro dell’immaginario dell’Alta Versilia e della Garfagnana, distese proprio sotto le scoscese pareti dei monti.

L'Omo Morto, la Pania Secca e il Rifugio Rossi visti dalla vetta della Pania della Croce

ISO 200 1/640 s f/8 22mm
Non sempre le condizioni atmosferiche sono favorevoli, perciò bisogna essere pazienti e aspettare il giusto momento. Ero sulla vetta della Pania della Croce e delle nuvole molto veloci ci limitavano completamente la vista. Pazientando un po’, con la macchina pronta in mano, sono riuscito ad ottenere lo scatto che volevo. Di Mauro Simoncini.

Immortalato dall’obiettivo di Mauro Simoncini, l’Uomo Morto o, come conosciuto da queste parti, l’Omo Morto è la cresta che “collega” la Pania della Croce alla Pania Secca. Il suo andamento mosso permette di intravedere, tra i vari ammassi, un profilo umano che negli anni, per la gente, ha assunto diversi significati. In molti, infatti, vedevano nella cresta il profilo del sommo poeta Dante Alighieri; altri, invece, vedevano il profilo di Napoleone Bonaparte. Ma, come spesso accade ai piedi delle Apuane, la singolare forma della cresta ha fatto nascere una leggenda tramandata da generazione in generazione.

La leggenda dell’Omo Morto vuole che, in un tempo non definito, tra la Pania della Croce e la Pania Secca si stendessero degli ampi prati popolati dai pastori e dai loro gregge. Proprio su quei prati, un giovane pastore si innamorò di una fanciulla, che subito ricambiò il sentimento. La loro storia d’amore diventò ogni giorno più bella e le loro giornate al cospetto delle Panie sempre più spensierate. Ma il pastore sentì sempre più forte il richiamo del mare e delle navi della vicina repubblica marinara pisana e decise di salpare, lasciando la fanciulla preoccupata che quel fantastico amore potesse finire. Il pastore promise di tornare e la fanciulla passò ogni giorno a fissare il mare, dai prati in cui nacque il loro amore. Mentre scorrevano quei tristi giorni, un altro giovane pastore si innamorò della fanciulla e della sua malinconica bellezza. Essa, però, fuggiva da ogni contatto, ancora ferita dalla partenza del suo vero amore, fino a quando non trovò il coraggio di confessare il suo dolore al giovane. Egli comprese lo stato d’animo della fanciulla e decise di raggiungere la vetta della Pania della Croce per chiedere aiuto a Dio e poter sollevare dal dolore la sua amata, impedendole di vedere il mare. Il prezzo da pagare per questa impresa, però, era molto alto: il giovane avrebbe dovuto sacrificarsi e lasciare che il suo volto venisse trasformato in quello di un gigante di pietra che collegasse le due Panie e bloccasse la vista del mare. Il giovane, pazzo di amore, accettò il suo destino e il suo volto, dormiente, ancora oggi riposa nelle Apuane.

Attorno ai pastori è collegata anche la mitologica origine della Pania Secca. Tanto tempo fa, infatti, la zona occupata oggi dal monte era abitata da un ricco e avido pastore, secondo la leggenda. Un giorno Gesù bussò alla sua porta per chiedere un po’ d’acqua, ma il pastore rifiutò di aprire. L’ira di Gesù si abbattè sul pastore e sulla sua casa ed iniziò un incessante diluvio che, toccando il terreno, trasformava ogni goccia in roccia fino a fomrare la montagna su cui non cresce niente, povera d’acqua, a giustificazione del nome con cui la conosciamo oggi.

Ma questa leggenda non è il solo motivo per cui è molto nota la Pania Secca. Un tempo conosciuta come Paniella o Mammellone, questa montagna, alta 1709 metri sul livello del mare, è molto apprezzata da alpinisti esperti, storicamente soprattutto da quelli fiorentini, che in tutte le stagioni scalano la parete sud-est del monte. Mentre, partendo dal Rifugio Enrico Rossi, costruito nei primi anni ’20 del ‘900 e di proprietà del Cai di Lucca, anche i meno esperti escursionisti possono raggiungere la vetta per i sentieri più semplici. Molto interessanti sono i fenomeni carsici che presenta il monte, come per esempio i campi carreggiati, dal tedesco karrenfelder, del versante ovest o il vicinio altopiano della Vetricia, casa di molte cavità ben note ai numerosi speleologi che popolano la zona. Anche se, senza ombra di dubbio, la Grotta del Vento rimane la più amata. Situata nel comune di Vergemoli, vicino al borgo di Fornovolasco, è popolata dai tanti turisti che vogliono addentrarsi all’interno della grotta facente parte del sistema carsico della Pania Secca, aiutati dai camminamenti e dalla luce artificiale installati all’interno per favorire l’attività turistica. La grotta era già nota alle popolazioni del 1600 che gli diedero il nome per via delle forti correnti che fuoriuscivano da essa.