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Non solo marmo: le miniere di manganese e la dogana della Gabellaccia. Le Apuane tra misteri e segreti

Durante l'autarchia imposta dal fascismo, dalle nostre montagne il bianco non era l'unico materiale estratto. Nel nuovo episodio della rubrica in collaborazione con il fotografo Mauro Simoncini vi portiamo a spasso tra i ruderi di una vecchia miniera e di una vecchia dogana, dominati dal maestoso Monte Sagro

CARRARA – Le Alpi Apuane sono conosciute in tutto il mondo non solo per lo splendido panorama che offrono i loro pendii e i loro sentieri, ma anche per l’attività estrattiva che, fin dai tempi dei romani, ha caratterizzato e contraddistinto le popolazioni che le hanno abitate. Il marmo, infatti, rimane la fortuna e la sfortuna delle montagne della Luna, croce e delizia di un ambiente che ha portato ricchezze, ma che rischia di essere irrimediabilmente cambiato e dilaniato dall’avidità umana.

Ma se tutti conoscono il marmo bianco delle Apuane e, soprattutto, il marmo bianco di Carrara, in pochi sanno che tra i boschi dei monti si nascondono delle miniere risalenti al primo dopo guerra. Durante la dittatura fascista, infatti, una delle politiche intraprese economicamente era quella dell’autarchia. L’Italia doveva essere autosufficiente, anche per quanto riguarda le materie prime. Per questo, a circa 1100 metri sul livello del mare, nel territorio del Comune di Carrara, in località Cardeto, a partire da gli anni ’30 del ‘900 venne avviata una miniera di manganese, metallo che fino a quel momento, nel Bel Paese, veniva estratto in Liguria, Val d’Aosta, Piemonte e più in generale in siti estrattivi che potevano garatire un ritorno economico maggiore. Ma in epoca autarchica e a cavallo tra le due guerre, anche i piccoli giacimenti venivano sfruttati.

La casa dei minatori di Scortico, sulle Apuane

ISO 800 1/100s f/5.6 16mm
Fotografare il bosco richiede molta osservazione. Bisogna studiare le radici e la corteccia degli alberi per trovare il dettaglio da risaltare e la posizione migliore da cui farlo. In questo caso il bosco di faggi esalta la componente verticale e apre la strada verso l’edificio in rovina. Di Mauro Simoncini.

Immortalate dall’obiettivo di Mauro Simoncini, le case dei minatori e gli altri ruderi collegati alla miniera di manganese stagliano in mezzo al bosco che circonda il sentiero 40 del Cai. Prima che le miniere chiudessero, nel 1955, e una frana ostruisse l’imbocco di esse, i minatori utilizzavano una teleferica, ancora visibile nel bosco, per trasportare il metallo fino ad un piazzale nei pressi dell’abbandonata Cava Peghini. Da lì, con una sterrata, il materiale estratto veniva collegato al Passo della Gabellaccia.

Anche su questo passo, che collega Carrara alla Lunigiana e, più in particolare ai territori del Comune di Fivizzano, si possono trovare dei ruderi. Sul valico, a 895 metri sul livello del mare, oggi attraversato dalla strada per Campocecina, si trovava la Dogana della Tecchia, attiva fino al 1848. Il valico, infatti, fungeva da confine tra il Principato di Massa-Carrara, poi passato sotto il controllo degli estensi, e Fivizzano, territorio del Granducato di Toscana. Proprio nel 1848, invece, gli estensi entrarono in possesso di Fivizzano, rendendo inutile la dogana, che di lì a poco venne abbandonata. Interessante è l’origine del nome della dogana stessa. Il termine tecchia, dal dialetto ligure e toscano, indica una “sporgenza di roccia“, spesso utilizzabile come riparo. Nei pressi della Gabellaccia, in effetti, vi sono una serie di grotte abitate dall’uomo nella preistoria. Sono proprio queste grotte a dare il nome alla dogana. Mentre è alla dogana a cui si deve il termine Gabellaccia. La cosiddetta gabella era il dazio che i viandanti dovevano pagare passando il confine.

Le grotte di cui abbiamo parlato erano abitate, secondo gli studi, dall’uomo eneolitico e, in seguito, nell’età del bronzo, anche se non in pianta stabile. Queste grotte venivano solamente usate come riparo stagionale, in occasione dell’estate e degli spostamenti verso le zone montane.

E se già in epoca preistorica gli uomini trovavano rifugio tra le maestose Apuane, ancora intonse, come già accennato, fin dall’epoca romana gli stessi uomini avevano imparato a trarre ricchezza dallo sfregio delle stesse montagne che gli davano rifugio. Ma l’attività estrattiva era già un tabù all’epoca e la dimostrazione sono le tante leggende che legano Aronte (ve le abbiamo raccontate qui) al ruolo di protettore delle Apuane dagli invasori della costa e dai loro picconi. Ma l’indovino carrarese non era da solo. Secondo le leggende, infatti, sulla montagna che domina la Gabellaccia e tutta Cararra, il Monte Sagro, trovava dimore Giove, il padre degli dei romani. Esso, infuriato dall’atteggiamento degli abitanti della costa, più volte scese i pendii del Sagro per andare a difendere l’amico Aronte, diventato il simbolo culturale e sociale di tutta la città di Carrara.