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La vita nell’alpeggio del Puntato e il rifugio “La Quiete”. Le Apuane tra misteri e segreti

In questo episodio della rubrica in collaborazione con il fotografo Mauro Simoncini, vi portiamo tra il Corchia e la Pania della Croce, indietro nel tempo, per vivere le giornate dei pastori che abitavano uno degli ultimi alpeggi delle Apuane e per scoprire, invece, come vive adesso chi, come Mauro Tavoni, ha trovato rifugio nella tranquillità delle Apuane

APUANE – Ai piedi del Monte Corchia, dominato dal Pizzo delle Saette e immerso tra alcuni dei monti più conosciuti e battuti delle Alpi Apuane, quali la Pania della Croce o il Monte Sumbra, si trova l’alpeggio del Puntato. Ed è proprio tra quelle vecchie case, disposte sugli 83 ettari che compongono l’alpeggio, che vogliamo accompagnarvi per un viaggio che passerà non solo attraverso i sentieri e i boschi delle Apuane, ma anche attraverso il tempo, per immergervi in un’epoca e in uno stile di vita che sta andando perso.  Sono tanti i visitatori che ogni anno, da tutto il mondo, arrivano all’alpeggio, passando sotto le fantastiche vette che lo stagliano, intrappolate nelle fantastiche instantanee di Mauro Simoncini.

Il Pizzo delle Saette

ISO 200 1/1000s  f5.4  176mm
La primavera, così come l’autunno, è un momento molto interessante per la fotografia. Le condizioni atmosferiche mutevoli regalano giornate di sole con nuvole che si muovono velocemente nel cielo. Bisogna farsi trovare sempre pronti per catturare scorci magici ed effimeri. Di Mauro Simoncini

Già nel XVII secolo si hanno tracce storiche afferenti a concessioni seminative e campive, dell’allora Granducato di Lucca, nella zona dell’alpeggio, che venne utilizzato, fino alla fine degli anni ’40 del ‘900, come ricovero dai pastori del paese di Terrinca. La vita tra le casette del Puntato girava tutta intorno ai pascoli e agli animali che venivano portati tra i faggi e gli alto fusto presenti nella zona, prima che venissero impiantati i castagneti per il sostentamento della popolazione. Ogni primavera, l’alpeggio si popolava di famiglie che seguivano i pastori e il bestiame nella transumanza. Le giornate venivano scandite dai ritmi lavorativi e l’unico giorno di riposo era la domenica, quando tutte le famiglie andavano a messa presso la chiesa della Santissima Trinità, presente al Puntato. Una chiesa particolare, con 3 entrate distinte: quella centrale, la principale, riservata agli uomini; quella destra riservata alle donne e quella sinistra, utilizzata dal parroco. Ai giovani, invece, non rimaneva che riunirsi fuori dalla chiesa, prima di percorrere un bellissimo vialetto, costeggiato da faggi, che li avrebbe portati a Merendella, dove si sarebbero lasciati andare a balli a ritmo di flauto e fisarmonica.

Chissà se i pastori dell’alpeggio del Puntato abbiano incontrato davvero quell’omo salvatico di cui si narra nelle leggende del posto. O chissà se, dalle case, non siano riusciti a vedere sulla cima del Pizzo delle Saette il diavolo, protetto dal suo mantello, saltare per raggiungere Pietrapana e le persone che vi arrivavano in cima, prima di essere cacciato da un coraggioso prete, lo stesso che posizionò la croce in cima al monte, dandogli il nome con cui oggi tutti lo conosciamo: Pania della Croce. Probabilmente tra la popolazione del Puntato queste leggende erano argomento di conversazione, moniti che incutevano timore in una vita fatta di semplicità e tranquillità.

La stessa vita di chi, ai tempi nostri, è fuggito dal caos della costa per ritrovare quella pace e quell’equilibrio che ha sempre caratterizzato l’alpeggio del Puntato. La vita di Mauro Tavoni, gestore del rifugio la Quiete dal lontano 1987, e uno degli ultimi difensori di quell’amenità, dai richiami di una modernità tossica, il cui unico interesse è appropriarsi di quegli spazi sconfinati, polmone verde di un mondo che non c’è più.

«Dopo 4 anni di università e aver iniziato a lavorare per mio padre, – racconta Mauro Tavoni a La Voce Apuana – una sera ho deciso di prendere cane e zaino e andare sulle Apuane. Mio padre chiuse i rubinetti, fece bene. Mi sistemai in una baita vicino al Puntato e mi mantenevo curando i giardini delle persone. Ogni weekend scendevo a lavorare e con quei soldi riuscivo a mantenermi».

E la storia di quel rifugio che ormai da 35 anni è casa di Mauro e di tutti quelli che decidono di visitare l’alpeggio, nasce nel lontano 1923, quando il signor Bondielli scovò, tra le Apuane, quelle fantastiche casette, ancora abitate da pastori. Il signor Bondielli, infatti, era solito portare una settantina di ragazzi dell’oratorio da Massa a Pian di Lago in bicicletta. Un viaggio di 3 giorni, passando per l’unica strada che una volta permetteva il collegamento: l’Aurelia. Quando una sera un gruppo di ragazzi mostrarono al signor Bondielli l’alpeggio, subito ad esso venne in mente di costruire un qualcosa che potesse essere sfruttato dalla curia di Massa, a cui donò la struttura. E così, proprio nel 1923, terminarono i lavori del rifugio, che ancora oggi rimane di proprietà della curia, inizialmente costituito da un solo piano, con un angolo cucina, in cui i ragazzi cercavano riparo nelle notti di pioggia.

«Nel 1987 riuscì a convincere il dottor Mario Ciampi a lasciarmi in gestione la struttura, da anni riservata solo alle famiglie dell’azione cattolica. – racconta ancora Mauro Tavoni – Aiutato dal mio gruppo di amici, sono riuscito a ristrutturare il rifugio. Quando si andava a ballare in Versilia, alle 4 di mattina si andava al Puntato per continuare a lavorare, perché soldi non c’erano».

Mauro continua a difendere la purezza di quel territorio, di quell’alpeggio, grazie anche al lavoro dell’associazione “Sentiero” fondata nello stesso 1987. «Siamo partiti che eravamo una ventina, – spiega Mauro – e oggi siamo 15.000 soci. Abbiamo presentato diverse denunce ed esposti nei confronti di pubblici e privati che avevano iniziato a costruire una strada abusiva, con l’obiettivo di farla arrivare alla chiesa del Puntato. Ogni tanto ancora si parla di quel progetto, ma non dobbiamo commettere lo stesso errore commesso in costa. Questi luoghi vanno conservati per lasciarli alle generazioni che verranno. Sono i polmoni verdi della nostra zona».

«Io mi ritengo fortunato facendo questo lavoro. Sembra un lavoro difficile perché lontano dagli schemi della società odierna, mangiata dal consumismo. – conclude Mauro – Siamo esseri umani, abbiamo bisogno di spazio. Io sono venuto quassù, nonostante abbia il sale nel sangue, perché avevo bisogno di quello spazio. Sono riuscito a rendere autosufficienti il rifugio la Quiete, la baita del Robbio. Ho preso il buono del progresso, quello che dovrebbero fare tutti. Ho preso quello che serviva a migliorare la qualità della vita. Di estate ci sono i pannelli fotovoltaici, di inverno l’energia è alimentata con l’acqua e col vento. Ho tutto qua, non capisco perché quello che stiamo facendo qua, non possa essere fatto per tutti, giù a valle. Viva l’alpeggio del Puntato».