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La vittima del maltempo stava portando aiuto a un’amica senzatetto foto

Alcune testimonianze: «Erano tutti tristi nel bar mi hanno detto che l’ambulanza ha impiegato 50 minuti per arrivare ». «Eravamo al mercato, sembrava tutto tranquillo e improvvisamente ha cominciato a volare ogni cosa»

CARRARA – Giovedì 18 agosto 2022, sono circa le dieci e mezzo quando la rabbia impetuosa e improvvisa del vento si scaraventa sul  litorale apuano e in una manciata di minuti spezza la vita di una donna e un numero indicibile di tronchi d’albero. Si spezza una comunità messa letteralmente in ginocchio. Si spezza il traffico che in diversi punti di Marina si deve interrompere, come in via Bassagrande, tra le strade più colpite, come viale Galilei dove i pini del giardino del Nautico e gli alberi dei giardini pubblici cadono sui cancelli, sui tetti delle macchine e sulla careggiata. Si spezzano cancelli e muretti, si spezzano attività come il chiosco della friggitoria in piazza Menconi e il chiosco del totip in via Garibaldi. Si spezzano e volano via i banchetti del mercatino rionale del giovedì. Si spezzano pinete, spazzate via dalla furia della tromba marina.

Il tetto di una struttura del Club Nautico vola sul viale Cristoforo Colombo e un pezzo va a finire sul marciapiede che lo costeggia. C’è una macchina parcheggiata proprio lì, visibilmente danneggiata come molte altre lì intorno e inspiegabilmente notiamo che ha sotto le  ruote un pezzo di quel tetto. Le giostre della Caravella sono completamente ricoperte da tronchi d’albero della pineta piombatici sopra. Sempre sul viale Colombo, uno dei pini è caduto sul muro e il cancello di un’abitazione. Così in altri punti di Marina. Non ci fanno avvicinare all’incrocio di viale Galilei e viale Colombo: dicono ci sia pericolo per l’amianto volato. In via Garibaldi alcuni proprietari di macchine colpite e distrutte dagli alberi restano lì, senza parole nel guardare quello che resta della loro vettura, mentre i mezzi di soccorso sono intenti a liberare la strada. «Per fortuna non sono uscito per togliere la macchina » commenta un tizio, seduto sulla panchina. Non toglie gli occhi di dosso sulla sua auto centrata in pieno da un pino con l’abitacolo completamente accartocciato, probabilmente immaginandosi cosa gli sarebbe successo se ci fosse entrato. E’ di Milano e ha la seconda casa qui. Poco più in là due signore, nuora e suocera, anche loro di Milano, quando chiediamo se hanno avuto danni ci indicano la loro macchina, parcheggiata anche questa lungo la strada fiancheggiata dalla pineta, sfasciata da un pino sradicato e crollato sul tetto. «Eravamo al mercato, sembrava tutto tranquillo e improvvisamente ha cominciato a volare ogni cosa, eravamo un po’ distanti e non siamo riuscite a raggiungerci, io sono entrata in un negozio e mia suocera dentro casa di un signore che l’ ha invitata a entrare per trovare riparo » ci racconta  la più giovane delle due. Via Garibaldi era un cimitero di pezzi dei banchetti, ci raccontano, ma alle 14,30 Nausicaa aveva già liberato e pulito la strada.

Nei giardini pubblici di Ugo La Malfa si consuma la tragedia più grave. Quando arriviamo nei paraggi, non sappiamo bene dove sia accaduto l’incidente. Chiediamo a una mamma che ha per mano i suoi due bimbi. Ci risponde che nel bar dove è appena stata erano tutti tristi: si tratta di una signora che abita in uno dei tanti palazzi del quartiere, un’amica per tanti e che il fatto è accaduto proprio lì dietro. Il suo nome era Maria Laura Zuccari, di circa sessant’anni. «Erano tutti tristi nel bar – ci risponde camminando – mi hanno detto che l’ambulanza ha impiegato 50 minuti per arrivare». Quando ci avviciniamo alla zona del giardino dove si è spezzato l’albero che ha ucciso la vittima di questa catastrofe, troviamo transennato e un piccolo gruppo di donne. Tra loro c’è una signora con un cane al guinzaglio. Ha gli occhi verdi lucidi e colmi di lacrime.

Ci dicono che lei era accanto alla vittima quando è successo e che è stata sfiorata dall’albero caduto, salvandosi per miracolo. Ci dicono che è una senzatetto e che è stata adottata dalla piccola comunità di donne che abitano lì. Ci dicono che l’ambulanza ci ha impiegato tanto ad arrivare perché veniva da Fosdinovo: le altre, poche, erano tutte impegnate sul campo. Ci dicono che hanno provato a rianimare la signora in tutti i modi, «Ma il corpo era già nero». Ci dicono che proprio lì, vicino all’albero spezzato dal vento e presso la panca si trova  il loro luogo di ritrovo, di questa piccola comunità di donne che ha adottato la loro amica speciale. Quando ci avviciniamo a lei per chiederle cosa abbia visto e come siano andate le cose, si arrabbiano con noi, la difendono: «La lasci stare, non vede che è sotto shock?!». Poi ci chiedono scusa, ci chiedono di capire perché hanno appena visto il corpo della loro amica senza vita. Ma lo sguardo sperduto e spalancato e le parole indifese e spezzate dal dolore di quell’amica speciale che fa in tempo a rivolgerci, ci rimarranno impresse per molto: «È colpa mia, era venuta per vedere se avessi bisogno di qualcosa».

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