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Dpcm, il presidio in piazza Aranci: «C’è tanta rabbia accumulata, ci stanno condannando» foto

Negozianti, insegnanti, operai, lavoratori dello spettacolo e dello sport. Sono tante le categorie che hanno protestato nel centro di Massa

MASSA – «Non possono pretendere che siano le piazze a dare una risposta a questa situazione. Noi ci limitiamo a registrare una difficoltà nostra, come cittadini, e delle istituzioni. Noi siamo pronti, però, al confronto. A conoscere le cose che stanno accadendo. Non è sufficiente leggere il giornale per capire come stanno andando le cose. Ci vogliono momenti di confronto, specie nei territori. Questo chiediamo.» A parlare è Giulio Milani, esponente della macchina organizzativa dietro al presidio che dalle 16 di oggi, venerdì, ha popolato piazza Aranci di persone che protestavano contro i nuovi decreti emanati dal presidente del consiglio Giuseppe Conte. Una protesta pacifica, a rispetto di tutte le norme anti-contagio, più volte ricordate prima dell’inizio degli interventi. Una protesta a cui hanno preso parte diverse categorie appartenenti alla realtà sociale della nostra provincia.

«Non è una manifestazione di commercianti, ma una di cittadini a sostegno dei commercianti» dice fiera Loredana, intervenuta in piazza sulle delicate questioni economiche che occupano i salotti di tutte le trasmissioni all’epoca del Covid-19. In effetti, il presidio auto-convocato e completamente apartitico è riuscito nell’intento di far scendere in piazza lavoratori di settori distanti e a volte in contrasto. Tra imprenditori e piccole e medie imprese, hanno avuto spazio anche gli operai della Sanac nella figura di Andrea Bordigoni, il quale ha lanciato un monito alla popolazione sulla crisi che sta investendo l’azienda per cui lavora. Ma non solo. Ad essere ascoltati sono stati anche i lavoratori stagionali, i proprietari di aziende o negozi che dopo il lockdown di marzo hanno dovuto chiudere per sempre la serranda. Come Carlo Lamperti, intervenuto davanti alla gente riunitasi sotto l’obelisco, che racconta preso dalle emozioni: «Sono un genitore ed un artigiano. Per 30 anni sono stato una partita iva. Avevo una ditta nel campo dell’edilizia e, insieme alla mia famiglia, un negozio. Dopo il lockdown non avevo ancora ricevuto nessun sostegno. Ho dovuto chiudere perchè non riuscivo a compiere il mese. Le persone che lavoravano dentro sono state mandate a casa. Ho tanta rabbia accumulata.»

Tra i punti più discussi in piazza vi era sicuramente anche quello legato ai lavoratori dello sport. Presenti, in particolare, i gestori e dipendenti di palestre che dopo le ultime restrizioni hanno dovuto cessare l’attività. Come Antonio Dell’Amico, titolare della palestra Gymnasium di via Meucci a Massa: «Siamo qua per protestare contro una chiusura ingiusta. – dice Antonio – Penso di poter a parlare a nome di tutte le palestre quando dico che ci hanno chiuso perchè i politici italiani ci hanno considerati inutili, al pari della cultura in qualche modo. E questo dimostra tutta l’ignoranza di chi ci governa. L’avrei accettato se fossimo stati causa di contagi, la salute viene prima di tutto, ma non lo siamo stati. Lo ha dimostrato lo stesso ministro Spadafora, lo ha dichiarato lui. Oltretutto, se una famiglia con anziani o persone a rischio ha un ragazzo nell’età scolastica, è obbligata a mandarlo a scuola. Scuole che nel primo lockdown erano considerate pericolose e ora no. Non ha quindi, la famiglia, la possibilità di scegliere, di tutelarsi. Viceversa, se una persona sana, certificata dalla visita medica obbligatoria, che non ha persone a rischio nella cerchia ristretta, anche se reputa la palestra un luogo sicuro, come effettivamente sono, non ha la possibilità di scegliere. – continua Antonio – Ecco questa discrepanza mi lascia qualche dubbio. Oltretutto ci hanno fatto spendere molto per adeguarci alle nuove norme. E ora come ora, se a marzo si parlava del 30/40% di palestre che rischiavano di chiudere per sempre, ora si parla del 70.»

Una protesta, quella di oggi, rivolta alle istituzioni. Una voce che si definisce disperata, come quella dei tanti ristoratori presenti in piazza. La stessa voce di Marino Balloni, chef, che dice questo: «Siamo qua per senso di presenza. Per portare la voce. Si possono far rallentare le attività. Ma far chiudere i ristoranti la sera significa voler condannare un intero settore. Vanno bene più controlli, è giusto, anche se siamo sempre stati i più controllati e soprattutto siamo sempre stati in linea con le norme vigenti, con registri di presenza, meno posti e igienizzazione. Ma la chiusura alle 18.00 è un suicidio. Capisco bene che ci debba essere di più da parte nostra, ma già abbiamo pochi posti a sedere e se ci togliete anche quelli. Chiediamo perlomeno un ripristino dell’attività serale.»

Non è stato chiamato in causa solo il governo, ma tutte le istituzioni a partire da quelle territoriali: «Non ci sentiamo ascoltati, manca il confronto. – dice Milani – A partire dai territori devono essere lanciate dell’interlocuzioni con le persone. Per esempio: il Comune di Massa cosa sta facendo? L’Asl non sembra coordinata. Perché i provvedimenti presi non vengono pubblicati sul sito? Ci sono delle lacune a livello amministrativo. Questa incertezza minaccia di produrre una situazione ancora peggiore, rende tutto più difficile. Se ci fosse coerenza anche i cittadini ne gioverebbero.»

«C’è anche un discorso di comunicazione – conclude Milani dopo il minuto di silenzio in onore delle due vittime dei giorni scorsi in ambiente di lavoro -. Se dopo un alluvione chiedo aiuto a delle persone che allo stesso tempo incolpo dell’alluvione, è difficile che mi aiutino. Queste sono iniziative, spontanee, che si rivolgono ai comuni, alle regioni e a tutti i rappresentanti politici. Devono prendere una decisione. Se vogliono che decidano tutto i comitati scientifici, cosa per altro che sarebbe vera solo in parte, poi devono essere loro a trovare le soluzioni, non noi.
Manca trasparenza a tutti i livelli.»