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Eutanasia, Cappato e Welby a processo a Massa: ascoltati i testimoni

Entrato nel vivo il processo per la morte di Davide Trentini. Insieme ai due imputati anche la mamma, la sorella e l'ex fidanzata dell'ex barista massese

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È entrato nel vivo il processo a Marco Cappato e Mina Welby, rispettivamente Tesoriere e Co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, comparsi questa mattina dinanzi alla Corte D’Assise di Massa per la prima vera udienza del filone “Davide Trentini”. Insieme a loro anche i cari dell’ex barista, come la mamma, la sorella e l’ex fidanzata.

“Oggi sono stati escussi i testi del Pm e della difesa – dichiara l’avvocato Filomena Gallo, segretario Associazione Luca Coscioni e coordinatore del collegio legale di difesa Welby/Cappato – dalle parole di questi ultimi emerge il brutto quadro di una realtà italiana eccessivamente punitiva per chi è vittima di patologie irreversibili e desidera porre fine a terribili sofferenze…dover andare in esilio a morire all’estero, lontano da casa. Affrontare un viaggio lungo, faticosissimo, per il quale necessitano migliaia di euro e agire nella clandestinità: alla malattia di Davide si è aggiunta la tortura imposta dallo Stato e dalle sue inutili proibizioni: una serie di ulteriori punizioni che vogliamo eliminare. Come per l’assistenza offerta a Dj Fabo Cappato, questa volta insieme a Mina Welby, sarà chiamato a rispondere del reato di istigazione e aiuto al suicidio, sotto forma di concorso. Un procedimento basato sulle indicazioni comprese da un codice risalente al periodo fascista, prima ancora della nascita della Costituzione, quando le libertà individuali non avevano vissuto la “primavera” dei diritti civili. Infatti, moltissimi articoli di quel codice sono stati poi aboliti per adeguare la nostra normativa penale allo spirito del tempo. A conclusione dell’analogo processo che coinvolge Marco Cappato per l’assistenza al suicidio assistito offerto a DJ Fabo, la Corte Costituzionale ha dato un termine al Parlamento per emanare una legge. Si tratta di una sentenza senza precedenti dovuta alla rilevazione che l’attuale assetto normativo concernente il fine vita “lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”.

Il processo presso la Corte di Assise di Massa seguirà il suo corso naturale, nonostante l’ordinanza della Corte Costituzionale, perché innanzitutto bisogna provare che non c’è stata istigazione, né rafforzamento della volontà di Davide. La Corte di Assise di Massa potrebbe condannare entrambi gli imputati o assolverli, oppure potrebbe individuare una diversa questione di costituzionalità oppure no.

LA STORIA DI DAVIDE TRENTINI
In pochi conoscono la storia di Davide Trentini. Davide era malato di sclerosi multipla dal 1993. Aveva 53 anni e la sua vita, segnata da una salute progressivamente sempre più deficitaria, era diventata un calvario. Per questo ha contattato prima Marco Cappato e poi Mina Welby, per poter conoscere come accedere alla morte volontaria in Svizzera. Dopo vari incontri e dopo l’aiuto di Mina nello sbloccare alcune procedure burocratiche – svolgendo anche il delicato ruolo di interprete in lingua tedesca con la medesima clinica elvetica – Davide ha ricevuto il cosiddetto semaforo verde.

In un messaggio di saluto, che ha voluto lasciare attraverso l’Associazione Luca Coscioni per spiegare e rendere pubblica la sua decisione, ha detto: “Basta dolore”. “La cosa principale è il dolore, bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più”. Così il 13 aprile 2017 in una clinica di Basilea, accompagnato da Mina Welby, ha scelto l’eutanasia, attraverso il suicidio assistito. Si tratta, nello specifico, di una forma di eutanasia, legale in Svizzera, dove a seguito di un iter strettamente regolamentato, e sotto controllo medico, la persona che ne fa richiesta autonomamente si somministra il farmaco, senza intervento di terzi.

Il giorno dopo Mina Welby, che gli era stata affianco e d’aiuto nel viaggio, e Marco Cappato, che aveva raccolto, attraverso l’associazione Soccorso Civile Sos Eutanasia di cui fanno parte entrambi insieme a Gustavo Fraticelli, i fondi mancanti per pagare la clinica Svizzera, si sono presentati presso la Stazione dei carabinieri di Massa per autodenunciarsi. Anche in questo caso, come in quello di Dj Fabo, una disobbedienza civile volta a mettere sotto processo l’art. 580 del codice penale, rubricato “istigazione o aiuto al suicidio”, che sostanzialmente vieta in Italia l’aiuto all’atto di morte volontaria consentito in Svizzera.

L’autodenuncia di Mina Welby e Marco Cappato ha aperto un nuovo fronte processuale che mette in gioco la loro libertà: violare l’art. 580 del codice penale, infatti, significa poter essere condannati dai 5 ai 12 anni di reclusione.

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