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Al carcere di Massa il Consiglio comunale celebra la Toscana e l’abolizione della pena di morte foto

Ricorrono domani i 235 anni dall'abolizione della pena di morte. E dopo l'appuntamento dello scorso anno saltato causa covid, la seduta straordinaria è tornata a svolgersi tra le mura dell'istituto penitenziario

MASSA – E’ iniziata 235 anni fa la lotta della Toscana per la civiltà. Allora ci fu un atto preciso, un provvedimento che segnò la storia nazionale e internazionale. Oggi c’è una battaglia che percorre altre vie: quelle della non violenza e del rifiuto del linguaggio dell’odio. Ma sempre del solito percorso si tratta: quello che guarda al futuro con fiducia. Un futuro fatto di libertà. E’ del 30 novembre 1786 la riforma del diritto penale del Granducato di Toscana ad opera del granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo, primo sovrano al mondo ad abolire formalmente la pena di morte. E questa mattina, come da tradizione, il consiglio comunale di Massa ha voluto celebrare la ricorrenza con una seduta speciale. Lo ha fatto nel luogo dove la violenza, in ogni sua forma, si trasforma in apprendimento. Dove un uomo, oggi, impara a pagare per i propri errori, ma senza perdere la sua dignità. Nella sala cinema della Casa di Reclusione di Massa tutti i presenti, dalle autorità civili e militari ai detenuti stessi, hanno portato il proprio contributo in questa lotta alla civiltà. La Festa della Toscana si era già celebrata tra le mura del carcere due anni fa. Lo scorso anno, invece, l’appuntamento era saltato causa emergenza sanitaria.

Ad aprire il giro degli interventi è stato il presidente del consiglio comunale Stefano Benedetti, dopo la bella versione dell’Inno di Mameli di Lorenzo Bertelloni, tastierista di Francesco Gabbani: «Qui meglio di ogni altro luogo si può riflettere sulla sacralità della vita – ha detto Benedetti – E’ indispensabile ricordare a tutti cos’è la Festa della Toscana: un’occasione per meditare sulle radici di pace e giustizia di questo popolo». E la festa, quest’anno, vuole accendere i riflettori sulla lotta contro i linguaggi d’odio. Un tema tra i più delicati in un’epoca in cui le parole non si pesano più ed escono dalla bocca (ma più frequentemente dalle tastiere di pc e smartphone) con una leggerezza che significa ignoranza: ignorare di far male.

«Sono le parole ad identificarci ed è dalle parole che dobbiamo ripartire per riaffermare i diritti umani – ha sottolineato il sindaco di Massa Francesco Persiani -. Il linguaggio dell’odio, le umiliazioni e insulti pronunciati con troppa leggerezza senza tener conto di quanto le parole siano taglienti, vanno assolutamente ripudiati». Poi un pensiero, da parte del primo cittadino, ai detenuti presenti in sala: «Nella vita tutti facciamo errori e tutti possiamo commettere atti e gesti di cui ci possiamo pentire, ma quello che conta è cosa facciamo per porvi rimedio, e per recuperare quella dignità che ogni uomo merita».

A portare i saluti del presidente della provincia Gianni Lorenzetti, assente per motivi istituzionali, c’era il consigliere comunale e provinciale Antonio Cofrancesco. Lui, per 30 anni nella Polizia Penitenziaria, nelle carceri ci ha vissuto una vita. «Non è facile, ve lo posso dire. Perché in tanti anni ne ho viste di tutte e di più. Ho vissuto il dolore dei detenuti e delle loro famiglie. Queste persone spesso non hanno nessuno, eccetto chi incontrano qui dentro.  Ma molte di loro sono riuscite, con l’appoggio delle istituzioni, a prendere una strada che non è quella del delinquere. E vanno aiutate, all’uscita dal carcere. Di questo si devono occupare le istituzioni».

La direttrice della Casa di Reclusione Maria Cristina Bigi si è concentrata sul tema della comunicazione violenta: «L’essere umano comunica anche non vuole comunicare, e l’attenzione che dobbiamo rivolgere alla comunicazione non violenta e al rifiuto del linguaggio dell’odio è di fondamentale importanza per la società. Sempre di più ci rendiamo conto di essere esposti a una violenza che è irrazionale, che non ha appartenenze e che ci pone di fronte a obiettivi difficili da raggiungere. E’ importante costruire un futuro improntato sulla disponibilità e sull’umanità».

Tra i presenti anche il consigliere regionale Giacomo Bugliani, in rappresentanza di quell’ente, un tempo Granducato, che 235 anni fa mise le radici per costruire uno stato – e un mondo – meno barbaro e più civile: «Questo istituto – ha detto – è un vanto per il sistema penitenziario a livello regionale ed è un onore per me, anche come rappresentante di questo territorio, sentirne parlare così bene. Quella di oggi è una giornata di riflessione ma anche di ammonimento. Manca oggi l’etica del rispetto in una società in cui tanti mezzi di comunicazione rischiano di mettere a repentaglio la libertà di ciascuno di noi, che non è solo fisica ma anche e soprattutto mentale. La Festa della Toscana è anche il momento in cui si celebra la grandezza di un popolo, perché se siamo ancora qui a celebrare questa ricorrenza, è perché siamo un popolo ancora caratterizzato, come allora, da mitezza e docilità di costumi».

Dopo gli interventi istituzionali spazio alle voci della professoressa Olga Raffo e di due ospiti della struttura, Andrea Mazzi e Massimo Donatini, e dell’istituto Barsanti, scuola presente all’interno della Casa di Reclusione, che quest’anno si ha sviluppato un contributo dal titolo “Le parole possono essere finestre o muri” sul tema della comunicazione non violenta (ne parliamo qui).

A chiudere la cerimonia una riflessione della consigliera comunale e presidente della commissione consigliare Istruzione e Cultura Sara Tognini, che ha parlato della «pena di morte come negazione al diritto alla vita. Pietro Leopoldo – ha ricordato – aveva capito che non esiste male che sconfigga altro male. Condannare a morte il colpevole di un reato significava e significa tutt’oggi manovrare con dei fili la vita altrui fino ad impossessarsene. Uno Stato che vuole essere giusto non può essere disumano, non ha diritto a punire usando tortura e morte. Deve promuovere soluzioni volte al recupero, non alla distruzione di un uomo. Serve bontà e non violenza. Chi sbaglia non è una bestia, chi sbaglia deve poter gradualmente riemergere».