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«Inaccettabile che si massacrino le Apuane per impiegare 519 addetti alle cave»

L'ambientalista locale Franca Leverotti sullo scontro tra il Parco delle Apuane e il Comune di Massa. E sul tema interviene anche il M5s: «Giusta la decisione su Cava Focolaccia. Ma perché nessuna restrizione sulle altre cave che non rispettano la normativa?»

MASSA – “E’ prevedibile che l’assessore Balloni si alzi quando viene annunciata la chiusura della Focolaccia (non attiva da decenni), e ciò anche in ragione del conflitto di interessi tra questo sito e l’assessore, rappresentante nel 2017 della ditta esercente in “Garfagnana Innovazione”. Nel contempo, il Presidente Putamorsi omette di precisare che il Pit prevede la chiusura delle Cave lato mare della Tambura. È vero che la Focolaccia è anche in cresta, ma, per quali accordi con il concessionario o con il Comune, il Parco rinuncia a chiudere Padulello e Biagi, a 1440 m. di altezza?”. Non si schiera né da una parte né dall’altra l’ambientalista locale Franca Leverotti nello scontro in tema cave tra l’amministrazione comunale di Massa e il Parco delle Alpi Apuane.

“Quanto alle “riduzioni” delle aree contigue di cava non ottemperate ad oggi dal Comune – aggiunge Leverotti –  il Parco può farle  rispettando la normativa regionale: una cava deve avere una concessione limitata all’area estrattiva, alla strada e al piazzale con gli annessi; non può avere 490.000 mq di pertinenza (vedi Piastreta), 341.000 mq (Lavagnina), 206.000 mq (Padulello e Biagi) ecc. Se, dunque, esiste una riduzione d’obbligo delle aree contigue, come mai il Parco fin dal 2016 ha modificato i confini (operazione illegittima perché può intervenire solo con questo piano), e a vantaggio di chi? Nel caso di Massa, ha allargato a proprio danno, ma a favore dei concessionari, Piastreta che sta ora scavando in area Parco, l’area contigua della Tambura da cava Biagi al crinale, l’area contigua del bacino di Cerignano, laddove il Comune prevede la riapertura di Mucchietto e Carpano di sotto.  Nel solo bacino di Madielle l’area Parco è stata allargata, senza tuttavia portarla al crinale del monte come sarebbe logico, al fine di favorire l’apertura della nuova cava degli Amari. Anche per Rocchetta Calacatta il nuovo confine favorisce l’area estrattiva. Attendiamo pertanto di verificare le mappe per capire i criteri che hanno guidato il Parco nel disegno dei suoi confini”.

“Quanto alla cava dei tritoni – conclude l’ambientalista – già fermata dal Parco, siamo davanti ad un ripensamento tardivo, dal momento che l’Ente l’ha già autorizzata, nonostante fosse a conoscenza che stava per essere dichiarata sito di rilevanza erpetologica italiana. Con questo dietro front ottiene forse di lavarsi la coscienza, dal momento che (come è già successo per le due cave del Pizzo d’Uccello) il Tar non potrà che dar ragione alla Ditta regolarmente autorizzata. Se avesse voluto salvaguardare l’ambiente e i tritoni, avrebbe potuto intervenire al momento della Pca. Aggiungo che siamo in attesa dell’annullamento delle due Pca di cava Fondone, visto che anche il Comune ha fatto marcia indietro: da sempre lì c’è stata una sola cava. Rispetto delle leggi, tutela dell’ambiente e della collettività intesa anche come forza lavoro: questi devono essere i cardini del Piano del Parco. Inaccettabile che si massacrino le Apuane per impiegare 519 addetti alle cave: il Parco e i Comuni cerchino attività alternative per questi lavoratori”.

Nel frattempo sul tema intervengono anche dal Movimento 5 Stelle di Massa. “Intorno alla questione cave ci sono forze diverse che tirano in direzioni opposte, ma quello che dovrebbe essere il punto fermo per tutti sono il PIT, la legge e il Piano regionali – sostengono i consiglieri pentastellati Luana Mencarelli e Paolo Menchini -. Non capiamo tutto questo stupore perché il Parco si è finalmente deciso a rispettare le indicazioni normative e neppure così pedissequamente come invece imporrebbe la normativa. Uno dei punti statutari del Parco sarebbe stato da sempre proprio la tutela ambientale, ma data l’immobilità, forse qualcuno lo aveva dimenticato. Le cave al di sopra dei 1200 metri dovrebbero essere chiuse, fin dai tempi della legge Galasso, perché per rispettare la tutela ambientale ci sarebbero tutta una serie di prescrizioni rigidissime che le attività hanno dimostrato di non rispettare o non essere così facile da fare. Di fatto sono incompatibili con il contesto”.

“La Focolaccia – fanno notare i consiglieri – unica cava per cui si è indicata la chiusura sul comprensorio massese, in realtà è molto al di sopra di quei 1200 metri di altezza, praticamente in vetta e l’attività estrattiva ha persino provocato anche l’abbassamento del passo originale. Questa cava è tra l’altro già stata caducata, quindi inattiva da alcuni anni, non si capisce come si possa riscontrare quindi quel danno invocato dall’amministrazione Persiani. Qualora autorizzata, lavorerebbe inoltre sconfinando in zona protetta, anche con l’escamotage di portare l’escavazione in sotterraneo e non più a cielo aperto, visto che la normativa vieta qualsiasi attività in ZPS (Zona a Protezione Speciale) compreso nelle fasce di rispetto, sempre previste per legge, e quella zona lo è, anche di Interesse Comunitario. Ricordiamo che lo storico Rifugio Aronte ha sempre dovuto soffrire la vicinanza delle cave, con i “bisonti” carichi di marmo che gli transitano appena sotto, i macchinari che lavorano rumorosamente a pieno ritmo, quando l’area dovrebbe godere della fascia acustica di massimo rispetto – 1- , mentre proprio la giunta Persiani l’ha collocata in fascia 6, industriale, spostando il rispetto e la tutela sui concessionari. Volendo rispettare la normativa, molte altre cave, anche del comprensorio massese, dovrebbero essere interessate da prese di posizione nette da parte del Parco, per cui la domanda invece dovrebbe essere: perché le altre non vengono interessate neppure da forti restrizioni? Se il Parco ritiene che un po’ di urina di qualche cavallo e un asino siano dannosi per la conservazione dell’area protetta, non si capisce come possa essere più indulgente con un’attività che determina danni per aree alberate, sorgenti e corsi d’acqua, cancella reperti storico/archeologici come le antiche vie di lizza, modifica il paesaggio (tutti parametri tutelati per legge), causa rischio idrogeologico, insulta geologicamente un territorio, inquina senza lasciare sul territorio ricchezza e posti di lavoro adeguati, almeno ufficialmente, e tra l’altro all’interno di un Geoparco Unesco. Semmai l’obiezione corretta sarebbe: perché con così tanto ritardo?”