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«No al green pass». Insegnante apuana si fa sospendere per «garantire il diritto costituzionale al lavoro»

Si chiama Serena Tusini e insegna in un liceo di Massa. Come lei altri tre insegnanti dell'esecutivo nazionale Cobas scuola. «Chiediamo tamponi salivari gratuiti, impensabile che ci sia chiesto di pagare per lavorare»

MASSA – Si chiama Serena Tusini e insegna in un liceo di Massa una dei quattro insegnanti dell’esecutivo nazionale Cobas scuola che, contrari all’obbligo di green pass, si faranno sospendere «per garantire il diritto costituzionale al lavoro». Gli altri sono Nino De Cristofaro, Ferdinando Alliata e Flavio Coppola, rispettivamente a Catania, Palermo e Firenze. Una scelta collettiva, la loro, e un atto politico, più che un’azione per interessi e ragioni individuali. Un gesto simbolico che, tengono a precisare, «non significa contrarietà alla vaccinazione». «La nostra lotta contro il green pass – spiega da Roma Nino De Cristofaro – non ha molto a che vedere con i vaccini, ma con la gestione della pandemia da parte del governo, soprattutto per quel che riguarda le scuole. A dimostrazione di ciò, due di noi, una volta avviato l’iter giudiziario, si vaccineranno. Chiediamo se gli strumenti utilizzati dal governo siano costituzionalmente corretti, e se il diritto al lavoro può essere calpestato e messo in secondo piano rispetto ad altri diritti».

A pochi giorni dall’inizio dell’obbligo di green pass sul posto di lavoro arriva dunque un gesto forte che solleva ancora una volta il tema della possibile incostituzionalità dei provvedimenti del governo, e del difficile equilibrio, in tempo di pandemia, tra diritto alla salute e libertà individuale. In più, sostengono gli insegnanti, l’emergenza sanitaria non è servita neanche a risolvere determinate criticità che sono ormai strutturali in ambito scolastico. «Al rientro a scuola – spiega Serena Tusini – abbiamo trovato una situazione perfettamente identica a quella dello scorso anno, come se non fossero passati due anni di pandemia: stesso numero di docenti, stesso numero di personale Ata e stesso numero di alunni per classe. La percentuale di colleghi precari è ancora alta, e abbiamo ancora il problema delle classi pollaio». In più, da quest’anno, c’è la novità del green pass. «Una misura che non comprendiamo, perché vi sono prove empiriche che le misure anti contagio implementate finora a scuola funzionano, tant’è che non sono mai nati focolai preoccupanti. Attraverso il distanziamento, la sanificazione e gli impianti di areazione potremmo continuare a lavorare e studiare in sicurezza. Senza necessità di green pass, che ci pare più uno strumento per coprire le carenze della politica, sia da un punto di vista sanitario che di investimenti sulla scuola».

«No al green pass, sì alla vaccinazione volontaria», questo lo slogan dei quattro insegnanti che, come alternativa alla certificazione verde, propongono la sicurezza attraverso «tamponi salivari gratuiti, quindi meno invasivi, e che abbiano una durata maggiore di 48 ore. Non è pensabile – insistono – che ci sia chiesto di pagare per lavorare».

A seguire l’iter giudiziario ci penserà l’avvocato Giuseppe Nobile del Foro di Roma: «Secondo la nostra tesi – afferma – il provvedimento che verrà adottato dai dirigenti scolastici ha tutte le caratteristiche di una sanzione disciplinare, perché adottato dal datore di lavoro e nasce da una condotta soggettiva del lavoratore, in questo caso l’essersi sottratto a un obbligo, la quale prevede, appunto, una sanzione. Una sanzione pesante, perché sottrae al docente il diritto di insegnare, il che si ripercuote direttamente sul diritto degli studenti ad avere un insegnamento e una continuità didattica. In più sottrae ai docenti la retribuzione per l’intera durata della sospensione. Dal nostro punto di vista sanitario il green pass è una misura che non ha di per sé un efficacia dal punto di vista sanitario. E allora, se non ha un’efficacia sanitaria, diventa uno strumento discriminatorio nei confronti di quei sprovvisti di green pass. Ci auguriamo che i ricorsi avranno tempistica breve e che conducano a una decisione, a un’interpretazione che annulli i decreti o rimetta gli atti alla corte costituzionale».