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Daniele, falegname come il nonno e il bisnonno: «Porto avanti la tradizione di famiglia» foto

Un tuffo nel passato nella bottega del 38enne carrarese. «Il lavoro non manca: di questi tempi le persone preferiscono far riparare mobili e infissi, piuttosto che comprarne di nuovi»

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CARRARA – L’impressione, varcando la soglia, è di fare un salto nel passato. Sul bancone di legno ci sono morse, pialle, scalpelli e raspe. C’è l’immagine e l’odore dei mestieri di una volta, e quel disordine tipico di chi lascia il lavoro a metà per riprenderlo il giorno dopo. E’ la bottega di un falegname, e nessun attrezzo deve restare al proprio posto troppo a lungo. Una lezione che Daniele Di Vita, 38enne carrarese, ha imparato da nonno Guido. Che a sua volta, l’aveva imparata da papà Salvatore. Daniele, nella sua bottega in via Farini, ad Avenza, ha un’eredità da custodire. “Il mio bisnonno Salvatore – racconta – aveva un suo laboratorio in Sicilia. Era un maestro, la sua arte era richiesta da molti, persino sull’altra sponda del Mediterraneo. Suo figlio Guido, mio nonno, seguì le sue orme. Una volta usava così: un figlio imparava dal padre, che era un modello non solo tra le mura di casa, ma anche in bottega”. Durante la seconda guerra mondiale Salvatore e la sua famiglia si trasferirono a Carrara. E’ qui che è cresciuto Guido, con sega e martello in mano, e la stessa passione del padre. “A lui fare il falegname piaceva davvero – racconta il nipote – ma decise di interrompere la sua attività per iniziare a lavorare alla “Rumianca” di Avenza. Quel posto gli garantiva stabilità finanziaria, per sé ma soprattutto per la sua famiglia. Era un generoso, amava mettersi a diposizione degli altri”.

Daniele ha aperto il suo primo laboratorio in via Carriona, a Carrara. “Mio nonno era la mia spalla destra, veniva spesso ad insegnarmi i segreti del mestiere. I suoi 80 anni non li sentiva per niente, era un uomo pieno di energie”. Un uomo sempre distinto, incapace di viaggiare senza cappello elegante e cravatta in pendant col resto degli abiti. I baffi lunghi, sempre curati. Così li portava anche papà Salvatore, il cui ritratto, in una fotografia di molti anni fa in bianco e nero, ha accompagnato ogni tappa del percorso professionale di Daniele: dalla prima bottega di Carrara al nuovo laboratorio di Avenza, fino a diventare l’immagine profilo delle pagine social dove Daniele pubblica i suoi lavori. “Sono sempre all’opera, non posso lamentarmi – confessa il giovane falegname –, anche perché di questi tempi le persone preferiscono far riparare mobili e infissi, piuttosto che comprarne di nuovi. E poi c’è sempre chi ha un legame particolare con gli oggetti, e non vuole rinunciarvi”. I maestri di una volta conoscevano e sapevano apprezzare il valore delle cose. I mobili erano come persone: raccontavano una storia e sopravvivevano agli urti, grazie anche a chi era capace di maneggiarli e dar loro nuova vita. Daniele, quest’abilità, un po’ ce l’ha nel codice genetico, che racconta di una naturale propensione artistica, e un po’ l’ha imparata dai suoi maestri. Gli stessi che lo seguono passo passo, anche se non sono con lui fisicamente. Guido non c’è più da cinque anni ormai, ma la sua presenza nella vita del nipote è ovunque. Negli attrezzi che gli ha lasciato, nel tatuaggio sul suo braccio destro, e nel nome di un bambino di dieci anni, che Daniele ha chiamato come il nonno. Il suo maestro in bottega, e nella vita.

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