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«Otto alla volta fummo condotti sull’argine del Frigido e fucilati da soldati tedeschi»

Ricorre oggi l'anniversario dell'orrenda strage nazi-fascista perpetrata a Forno il 13 giugno del 1944. Il ricordo di uno dei quattro sopravvissuti, il carrarese Aldo Sgadò, raccontato da Franco Frediani

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MASSA – Ricorre oggi l’anniversario dell’orrenda strage nazi-fascista perpetrata a Forno il 13 giugno del 1944. Uno dei quattro giovani miracolosamente sopravvissuti fu il carrarese Aldo Sgadò, la cui storia viene ripercorsa dall’appassionato di storia locale Franco Frediani.

Sgadò, era nato a Carrara l’8 novembre 1923 da famiglia di umili origini. Al termine delle scuole elementari aveva interrotto gli studi e poco più che bambino aiutava i genitori. Più grandicello, imparerà a cavalcare e si guadagnerà da vivere facendo il carrettiere. All’età di vent’anni, il 18 gennaio del 43 è chiamato alle armi e assegnato al 9° reg.to artiglieria celere di Milano. All’armistizio del 9 settembre segue un comprensibile sbandamento e la sua scelta di campo, il  1° maggio del ’44, lo porta ad aggregarsi alla formazione partigiana dei Patrioti Apuani, gruppo Minuto, e il 13 di giugno è a Forno, inconsapevole della imminente tragedia, forse evitabile se la popolazione fosse stata avvertita. Al termine della guerra, Aldo troverà impiego in Provincia ma la malasorte non gli consentirà di godersi la meritata pensione, morte lo coglie il 19 giugno del 1963  alla ancor giovane età di 60 anni.

In occasione del processo che si tenne a Vicenza nel maggio del 1947, contro il fascista Umberto Bertozzi, comandante il reparto della X Mas tra gli esecutori dell’orrenda strage, il ventiquattrenne Aldo così testimoniava: “Fummo catturati, dopo un inatteso combattimento con i tedeschi a seguito di una imboscata, in località Forno. Tutti gli uomini, vecchi e giovani, rimasti prigionieri dei tedeschi, furono ammassati in un unico luogo. Quindi un ufficiale tedesco ci apostrofò manifestando l’idea di deportarci al completo in Germania. Fu allora che il tenente Bertozzi disse che almeno una metà andavano fucilati senz’altro, allo scopo di <dare un esempio>. Allora i più giovani di noi furono estratti dalle file: ne contarono 75. A gruppi di otto alla volta fummo condotti sull’argine del torrente Frigido in località Sant’Anna di Forno ed allineati con le spalle rivolte ad altrettanti tedeschi armati con <machine pistole>. Un secco comando; alcune raffiche ci investirono e cademmo tutti quanti nel greto del torrente. Mi ero buscato cinque colpi; ebbi però subito la convinzione di non essere colpito mortalmente, per cui rimasi immoto onde evitare che altre raffiche mi venissero sparate contro. La solita operazione fu ripetuta anche per tutti gli altri miei compagni che mi si ammucchiarono sopra impedendomi quasi di respirare. Il loro sangue si era mescolato con il mio e mi aveva inzuppato il corpo e la faccia. A un certo momento mi cadde vicino un compagno che non era stato colpito mortalmente. Cercò divincolarsi e urlò. Una raffica lo investì in pieno ed io ebbi altri sei colpi in varie parti del corpo. Prima di lasciare il luogo dell’esecuzione i nazisti fecero esplodere sopra i cadaveri due bombe anticarro…..dalla gran deflagrazione la testa sembrò andarmi in frantumi e quantunque sopra di me si fossero adagiati una sessantina di cadaveri, fui ugualmente colpito da due schegge: una al braccio sinistro e una al torace”.

Al suo racconto aggiungiamo che Aldo riuscì a salvarsi grazie ad un laccio che aveva cucito nel risvolto dei pantaloni e col quale riuscì a bloccare l’emorragia. All’imbrunire, trascinatosi a stento sui margini della fossa fu aiutato da una donna e portato in ospedale. Informati del ricovero, i nazi-fascisti si precipitarono per prelevarlo ma anche questa volta la sorte gli fu benigna, grazie ad una suora infermiera, suor Rita, che  lo nascose in ospedale. Quella stessa notte i partigiani della brigata Garibaldi, venuti appositamente da Carrara, lo portarono in salvo.

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