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Le miniere di ferro e le leggende dell’oro della Tambura. Le Apuane tra misteri e segreti

In questo undicesimo episodio della rubrica, in collaborazione con il fotografo Mauro Simoncini, vi riportiamo a spasso per la via Vandelli per raccontarvi delle sue grotte da cui è stato estratto un prezioso minerale, mentre un altro continua a vivervi nelle leggende

MASSA – L’ultima volta che vi avevamo portato ai piedi del Monte Tambura, vi abbiamo raccontato la genesi della via Vandelli e i fantasmi che la tormentano, figli di un’epoca fatta di briganti e pericolosi avventurieri (vedi qui). Ma la strada progettata dall’ingegnere di corte degli Este si rivelò molto utile anche i per i tanti cavatori che lavoravano nelle vicinanze. Ancora oggi, infatti, sono visibili i segni dove venivano inseriti i paletti di legno per la lizzatura degli enormi blocchi di marmo. Ma, a differenza della lizza utilizzata per far scendere i blocchi dalla Cava di Piastreta, sotto il Sella, (ne abbiamo parlato qui), qui non esistevano monorotaie e la via Vandelli era solo l’ultimo tratto di un percorso che partiva ben più in alto e che attraversava altre vie di lizza.

Nel paese di Resceto, punto d’inizio della via Vandelli massese, la lizzatura è diventata una vera e propria ricorrenza, tanto che ogni anno, fino a qualche tempo fa, dei volenterosi ex operai organizzavano la famosa rievocazione storica della lizzatura che li vedeva arrivare nella piazza del paese con un pesante blocco bianco, passando proprio attraverso la Vandelli, che potete ammirare nello splendido scatto composito del fotografo Mauro Simoncini.

La via Vandelli

Scatto composito: scatto per la valle e i monti+scatto a lunga esposizione per il cielo.
L’occhio umano ha una gamma dinamica (così chiamata in ambito fotografico) imparagonabile rispetto ad ogni strumento tecnologico. Per ritrarre un paesaggio controluce, quando il sole ancora non illumina la valle, è necessario fare più scatti per esporre correttamente tutte le zone del soggetto. Prima ancora di scattare con le macchine fotografiche o i cellulari è vivamente consigliato scattare con gli occhi. Di Mauro Simoncini.

Ma, come nel caso delle miniere di manganese di Cardeto (di cui vi abbiamo parlato qui), il marmo non è l’unico materiale che il Monte Tambura e le grotte della via Vandelli hanno regalato agli uomini. Seguendo il sentiero numero 163 della sezione di Massa del Club Alpino Italiano, che si stacca dalla via Vandelli poco prima di arrivare alla sua “Finestra”, è possibile arrivare alla miniera di ferro, indicata con un grosso cartello all’inizio del sentiero. Anche se oggi è molto difficile visitare la grotta della miniera a causa della forte umidità, una volta la zona era molto battuta dai numerosi minatori che avevano finalmente trovato il ferro del Monte Tambura. Tornando verso Resceto dalla miniera, sarà poi anche possibile passare per le vie di lizza che caratterizzano la zona e che si aprono sui profondi canaloni della Tambura, come per esempio la lizza Magnani, nota anche come lizza della Focolaccia, utilizzata proprio per portare a valle i marmi estratti sul passo omonimo e che si innesta proprio nella via Vandelli.

Per molti anni, però, il ferro della Tambura è rimasto legato a doppio filo con le numerose leggende della zona. Guardando la Tambura da Vagli, è possibile notare alcune striature di un colore più scuro che risalta nettamente all’occhio rispetto a quello pallido-marmoreo. Una striatura, in particolare, si distingue per lo spessore: la cintola del ferro, un tratto che collega la Carcaraia al passo della Tambura. Un tratto molto difficile da percorrere per i pastori di una volta, che si muovevano da alpeggio ad alpeggio. Infatti, un giorno un montone inciampò proprio mentre percorreva la cintola e precipitò nei canaloni. Il pastore era disperato, oltre che per la perdita dell’animale, anche per il campano fatto a mano che l’animale aveva al collo, passato di generazione in generazione. Fortunatamente, il pastore riuscì a ritrovare il campano accanto allo scheletro del montone e la leggenda vuole che i pochi coraggiosi che siano riusciti a passare da quelle parti di notte abbiano sentito dei misteriosi belati provenire dalla cintola del ferro, su cui si potevano vedere dei grossi animali saltare dai canaloni.

Ma se i minatori sono riusciti a trovare il leggendario ferro della Tambura, la stessa sorte non è toccata all’oro che si decanta possa trovarsi nelle tante grotte carsiche che bucherellano il monte. La leggenda vuole che in alcune grotte della via Vandelli, subito dopo Arnetola, si sentiva come del fiato caldo uscire da esse, accompagnato da una voce spettrale che recitava: “prendimi, prendimi”. Tre uomini che passavano di lì, decisero di avventurarsi nelle grotte e, una volta dentro, videro una bagliore rossastro. Si avvicinarono e videro una pentola d’oro puro, ma quando tentarono di afferrarla sentirono una viscida mano trattenerla; quando riuscirono a strappargliela, con molto dispiacere, una volta saliti in superficie, notarono che dentro la pentola al posto delle pepite vi erano solo delle grosse lumache. Ma la Tambura è talmente piena d’oro, nelle leggende, che in molti credono ancora che nel giorno dell’Annunciazione una roccia su cui è scolpita la faccia di un diavolo indichi l’entrata dell grotta in cui è nascosto l’oro. Ma attenzione: chiunque si addentri all’interno di essa, deve tornare alla luce del giorno prima che le campane di qualsiasi paese suonino, altrimenti si ritroverebbe sigillato all’interno della grotta per i 7 anni successivi.

Qualcuno, dalle parti di Resceto, racconta dell’osteria che si trovava sulla via Vandelli, presso la quale un uomo che friggeva del pesce riuscì a liberare, a sua insaputa, uno spiritello che lo ripagò con delle monete d’oro. Insomma, la via Vandelli e il Monte Tambura sono una vera e propria miniera (d’oro e di ferro) per il folklore della zona. Ma la strada del 1700 non è servita solo ai cantastorie per spaventare gli avventurieri con recconti di briganti, fantasmi e morti che ballano, ma anche a chi nella realtà lavorava davvero su quei versanti scoscesi e inospitali. Se noi, che quei monti li viviamo da turisti, fatichiamo nel percorrere quei sentieri impervi, provate ad immaginare lo sforzo di chi doveva trascinarvi dei pesanti blocchi di marmo. Ma, forse, la fatica è il minimo prezzo da pagare per chi toglie dalla montagna la sua essenza, per la ricchezza di pochi e il sudore di tanti.