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«Mi hanno tolto la borsa lavoro, e i buoni spesa non bastano. Come viviamo io e la mia famiglia?»

Michele Castaldi torna a chiedere aiuto: «Ho preso il covid, sono stato un mese e mezzo in coma. Mi diedero una notte di tempo, ma io vinsi con la mia tenacia»

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CARRARA – Michele Castaldi, classe ’59 nato nella “bella Carrara” (così la chiama lui: «Allora sì che era bella»), è un esperto di battaglie. Finora le ha sempre vinte, nonostante l’ostacolo di turno fosse di volta in volta sempre più difficile da aggirare. Si è rialzato, con i segni sul volto a testimoniare la fatica di chi è sottoposto a uno stress continuo. La vita non è sempre stata lieve con lui. “Ho lavorato cominciando all’età di 14 anni – racconta -, ma purtroppo ho dovuto smettere per problemi fisici preoccupanti. Nel 2009 il primo problema: una bella vena si gonfiò nel rene destro. I medici mi dissero già allora che non potevo più fare il mio mestiere. Pazienza, ne cercai un altro.  Gli anni passano, ed arriva il secondo stop fisico: una bella ischemia, o ictus, con due emboli cerebrali. Certo, ne uscii come uno straccio e con strascichi della malattia, ma ci fu una cosa buona: smisi di fumare. A quel punto però risultavo invalido civile al 75%. Mi fu data una pensioncina di 287 euro con la quale dovevamo vivere io e la mia famiglia di tre persone. Meno male che avevo una casa mia, fatta con le mie mani”.

Michele si rivolge quindi al Comune di Carrara, all’allora sindaco Angelo Zubbani. “Dopo varie volte che non fui mai ricevuto, spostai il mio problema verso i media, giornali, video poi mandati in varie emittenti, e su siti giornalistici. Insomma, fui pubblicato un po’ dappertutto. Mi ricevettero la vice sindaco, la signora Fambrini, e l’allora dirigente del sociale, la signora Tomassini. Mi pagarono le bollette arretrate e diedero la borsa lavoro a mia moglie”.

Arriviamo dunque a oggi. Il 22 ottobre 2020 Castaldi viene trasportato urgentemente all’ospedale di Lucca. “Avevo preso il covid, sono stato subito intubato e messo in coma 26 giorni. Poi mi sono risvegliato. Ne rifeci altri 30 per fare antibiotici via endovena, per un totale di circa un mese e mezzo. Il medico che avevo mi disse che ero un paziente “border line”, cioè sulla linea di confine. Infatti non mi diede molto tempo: solo una notte. Ma vinsi io con la mia tenacia”.

“Mandato a casa con moltissimi dolori alla schiena – racconta ancora -, dissenteria, vomito, non riuscivo a mangiare, tanto meno a camminare. Dal mio medico dopo un po’ di tempo mi feci fare tutti gli esami dei sintomi che avevo. Non era finita. Il covid mi aveva lasciato un regalino: la spondilodiscite. Questa, a parte i fortissimi dolori vertebrali, mi ha spezzato due vertebre (per fortuna per verticale). Adesso, dopo un mese ricoverato al Noa in malattie virologhe o infettive, sono di nuovo a casa. Ma sono quasi sei mesi che vivo tra letto e ospedali”.

Lo sfogo di Michele ha uno scopo preciso. “Gli assistenti sociali che mi son stati dati nell’ultimo periodo son ben tre, dicono, perché li hanno trasferiti da Avenza, dove la mia famiglia è “seguita” (che parolone!). Mi hanno tolto la borsa lavoro. Mi danno buoni spesa, ma non continui, né per quanto prendeva mia moglie. Insomma, io come posso vivere? Ditemelo voi: tutt’oggi prendo 789 euro di Reddito di cittadinanza più 280 euro di pensioncina. Vediamo, il limite di vita il costo di quattro persone? Ho fatto domanda per accompagnamento e prepensionamento, visto che quasi 35 anni li ho lavorati. Spero di non farmi risentire più”.

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