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«Fosse occupate dalle cave: Regione, Comune e Demanio preparano la prossima alluvione?»

Legambiente: «Suggeriamo una soluzione che consentirebbe la prosecuzione dell’attività delle cave con una sensibile riduzione del rischio»

CARRARA – “Regione, Comune e Demanio stanno preparando la prossima alluvione?”. La domanda, chiaramente provocatoria, arriva da Legambiente che, dopo aver appreso che la Regione Toscana ha chiesto all’agenzia del Demanio di procedere alla sdemanializzazione delle fosse occupate dalle cave (“che sono la grande maggioranza delle fosse montane”) e all’emanazione di una norma transitoria (“il pagamento di un canone di occupazione”) che consenta la riapertura della cava Polvaccio, non usa mezzi termini: “La Regione sta assumendosi una grave responsabilità”.

L’associazione ha espresso le proprie preoccupazioni in una lettera all’attenzione del presidente della Regione Eugenio Giani, all’assessore regionale a infrastrutture e cave, Stefano Baccelli, all’assessore regionale ad ambiente e difesa suolo, Monia Monni, al Sindaco di Carrara Francesco De Pasquale, all’assessore al Marmo, Matteo Martinelli e al direttore dell’Agenzia del Demanio Toscana-Umbria, Stefano Lombardi. “Per favorire l’interesse privato degli imprenditori dell’escavazione, infatti, la Regione sta chiedendo al Demanio di violare il suo dovere istituzionale e le finalità stesse del demanio idrico (prevenire e mitigare i fenomeni alluvionali), scaricando così sui carraresi un rischio alluvionale accresciuto – si legge nel testo della lettera -. Un’operazione grave dal punto di vista politico e non priva di implicazioni anche dal punto di vista delle responsabilità penali (che, nel caso, non mancheremo di sollevare). La sdemanializzazione sarebbe attivata “laddove la realtà catastale non fosse più coerente con la realtà fattuale”: in altre parole, una sanatoria definitiva per le cave che, in violazione della legge, hanno occupato le fosse demaniali utilizzandole come discarica di detriti. Trasferire la competenza al Comune? Un’aggravante!”

“La soluzione prospettata – continuano da Legambiente – che rimuoverebbe il vincolo del demanio idrico lasciando al Comune la competenza del rilascio dei permessi, lungi dal rassicurarci, rappresenta una minacciosa aggravante. Le amministrazioni comunali, infatti, non solo hanno tollerato per decenni la violazione del demanio idrico, ma hanno dimostrato costantemente, con azioni e omissioni, una tenace indifferenza all’aggravamento del rischio alluvionale derivante dalle modifiche d’uso del territorio. Non per nulla abbiamo coniato per il Comune la definizione di “fabbrica del rischio alluvionale”. Tra le azioni va ricordata l’accelerazione dei deflussi conseguente alla canalizzazione dei corsi d’acqua montani e alle canalette stradali montane (vie d’arroccamento comprese). Mentre lo studio idraulico dell’università di Genova (relazione Seminara, 2016) affida al bacino montano il ruolo di trattenere le portate eccedenti la piena trentennale, questi interventi conducono al risultato opposto: ridurre i tempi di corrivazione e le esondazioni nel bacino montano trasferendo sul centro città un rischio accresciuto”.

L’associazione cita poi alcune omissioni. “Mentre la relazione Seminara prevede la realizzazione di invasi montani per circa 1 milione di m3 per laminare le piene, il PABE non prevede lo svuotamento dei detriti dalle cave a fossa (anzi, ne lascia proseguire indisturbato il riempimento per circa 700mila m3), sottraendo così volumi di laminazione; mentre la relazione Seminara sottolinea la necessità di rimuovere le terre dallo strato superficiale dei ravaneti, al monte proseguono un imponente abbandono di terre e una radicale trasformazione dei ravaneti esistenti, sempre più ricchi di terre poiché le scaglie vengono commercializzate per produrre il carbonato; il Comune ignora del tutto la necessità (segnalata dalla relazione Seminara) di rimuovere le strade montane che hanno occupato l’alveo (delocalizzandole), onde restituire a quest’ulti­mo lo spazio necessario. Salvare le cave (ma anche i carraresi) è possibile: perché non farlo?”

“Com’è ben noto – ricordano da Legambiente – l’assetto del bacino montano è determinante nei meccanismi di formazione delle portate di piena. In poche parole, i picchi di piena che giungono a valle non dipendono solo dall’entità delle precipitazioni, ma sono fortemente condizionati dalle caratteristiche del bacino montano: più si riesce a rallentare i deflussi, più il volume d’acqua caduto viene distribuito su un tempo più lungo, attenuando le portate di piena. È dunque fondamentale fare tutto il possibile per rallentare i deflussi al monte. È del tutto evidente che sdemanializzare il reticolo idrografico montano significherebbe rinunciare alla sua funzione di mitigazione delle alluvioni: si tratterebbe di un crimine idraulico che la popolazione di Carrara, già ripetutamente martoriata, difficilmente accetterebbe passivamente”.

“Ritenendo pertanto irrinunciabile mantenere il demanio idrico montano – concludono dall’associazione – invitiamo Comune e Regione a recedere dall’atto irresponsabile della sdemanializzazione. Suggeriamo, invece, una soluzione che consentirebbe la prosecuzione dell’attività delle cave senza alcun aggravamento del rischio alluvionale ma, anzi, con una sua sensibile riduzione. Basta considerare che la finalità del demanio idrico non è necessariamente legata al mantenimento dell’alveo delle fosse liscio e sgombro ma, anzi, è soddisfatta e potenziata da un alveo poroso e scabro, capace di rallentare quanto più possibile il deflusso delle acque meteoriche. È dunque sufficiente prescrivere alle cave una sistemazione opportuna e ordinata dei detriti nelle fosse demaniali (e una composizione opportuna, priva di materiali fini: marmettola e terre), realizzando i cosiddetti ravaneti spugna. La soluzione che suggeriamo rispetterebbe il demanio idrico e andrebbe nell’interesse di tutti, cave comprese. Perché mai si dovrebbero percorrere strade più complicate e, soprattutto, dannose?”