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Muro sul Frigido, Legambiente: «Non risolverà il problema alluvioni. Serve una strategia globale»

«Si sospenda il progetto e si utilizzi la risorsa economica per interventi diffusi su tutto il territorio che prendano in carico tutto il bacino idrografico»

MASSA – “«I muri in cemento armato lungo il Frigido si faranno comunque». Questa è l’affermazione della politica locale e regionale. A nulla valgono le richieste del mondo ambientalista di valutare tutti gli aspetti legati a quel tipo di opera elaborata dal Settore Assetto Idrogeologico della Regione Toscana  per la “sicurezza” del nostro territorio, che ci ha suscitato molte perplessità. Un progetto complesso e di grande impatto che non ha avuto la dovuta presentazione alla cittadinanza”. Interviene così il circolo di Massa e Montignoso di Legambiente a proposito del progetto di sistemazione idraulica sul fiume Frigido. “Un progetto – affermano dall’associazione – che sembra ignorare tutte le buone pratiche per gestire il territorio e ridurre il rischio idrogeologico. E peraltro non supportato da adeguati studi sulla dinamica fluviale e sull’intero bacino idrografico”.

“Il progetto preliminare complessivo – ricordano da Legambiente – prevede la realizzazione dell’intero intervento per lotti e il primo lotto, già oggetto di un progetto definitivo, consiste in un’adeguamento strutturale ed idraulico delle opere arginali in destra e sinistra nel tratto dal ponte di via Mazzini al ponte di via Marina Vecchia per un importo di € 900.000. In pratica due argini in cemento armato per una lunghezza di circa 2 kilometri. Questo approccio interventistico è palesemente messo in discussione non solo a livello accademico, ma soprattutto dai danni causati in Italia dai fenomeni di dissesto idrogeologico che si sono verificati nonostante gli interventi di regimazione, rettificazione, imbrigliamento e “messa in sicurezza” del territorio. L’intervento inoltre non prende in considerazione il valore ecologico e fruitivo del fiume Frigido, che presenta tutte le caratteristiche di un corridoio ecologico e una vocazione a essere un vero e proprio parco fluviale”.

Legambiente chiede quindi una nuova progettazione, volta a “riportare il fiume verso un nuovo stato di equilibrio con dinamiche non disastrose e più controllabili, che preveda lo studio di tutto il bacino individuando tutte le criticità e le cause (storiche e attuali), l’elaborazione una strategia globale per la messa in sicurezza di tutto il bacino con gli interventi a maggiore e minore priorità”. “Le risorse disponibili dovranno essere utilizzate partendo da quelli prioritari – sostiene l’associazione -. Se lo studio indicherà come prioritari gli interventi devastanti dal punto di vista ambientale sarà necessario che questi siano realizzati contestualmente a quelli di ricostruzione di un vero fiume (non solo un canale in cemento per smaltire le piene) prevedendo la restituzione di ampi spazi all’alveo (anche delocalizzando insediamenti) perimetrando la aree da restituire al fiume e vincolandole (per evitare ulteriori urbanizzazioni che renderebbero troppo costosa l’attuazione della seconda fase). Più natura per più sicurezza, contro l’opinione, molto diffusa ma altrettanto sbagliata che la tutela della naturalità dei corsi d’acqua sia in conflitto con quello della sicurezza idraulica. Questa convinzione ha fornito giustificazioni alla realizzazione di interventi idraulici ad elevato impatto ambientale minimizzando il danno ecologico per dare priorità alla difesa della vita umana. Ma anche in situazioni dove gli argini sono stati alzati spesso fino all’altezza massima sostenibile si continuano a registrare alluvioni e conseguenti danni”.

“Legambiente – concludono dal circolo di Massa e Montignoso -, ribadisce che l’artificializzazione comporta il rischio idrogeologico di un territorio, e che quindi la situazione di alto rischio che subiamo è da ricercare in scelte urbanistiche sbagliate, nella presenza a monte di bacini estrattivi altamente impattanti e nell’abbandono della montagna. Chiediamo a tutti gli enti coinvolti di sospendere il progetto e di utilizzare la risorsa economica per interventi diffusi su tutto il territorio che prendano in carico tutto il bacino idrografico. La manutenzione del reticolo idrografico minore in ambito collinare e montano, la delocalizzazione (reale) di edifici presenti nella fascia di pertinenza fluviale, la rimozione dei ravaneti che occupano i corsi d’acqua devono essere i punti cardini della nuova progettazione che deve integrare naturalità, fruizione e riduzione del rischi”.