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Un anno dall’inizio dell’emergenza. E qualche consapevolezza in più

L'opinione di Claudia Cella, collaboratrice della Voce Apuana, e la risposta del direttore Matteo Bernabè

MASSA-CARRARA – Esattamente un anno fa l’Italia viveva il suo primo giorno di lockdown. Niente a che vedere con le attuali “zone rosse”. La stretta era forte, e le persone avevano paura. Chi poteva andare al lavoro rendeva un po’ meno silenziosi quei viali deserti in cui solo ogni tanto si vedeva sfrecciare una macchina. Chi rimaneva a casa, invece, attendeva il momento per farsi quei 100 metri a piedi, facendo attenzione a non avvicinarsi troppo al vicino. Regnava il silenzio totale. E la mente aveva modo di pensare, si domandava quanto tempo ci sarebbe voluto a tornare a una parvenza di normalità. Il 12 marzo il cielo era grigio ma io, fiduciosa, esortavo a “lasciar passare le nubi”. Non avevo previsto, ma forse non lo potevo sapere, che il cielo non sarebbe tornato limpido tanto presto. E che quella sensazione di ansia dovuta all’incertezza del domani, sarebbe stata una costante per molto tempo.
A tante domande, ancora non ho trovato una risposta. All’inizio mi chiedevo se fosse possibile sconvolgere milioni di vite da un giorno all’altro. Lo ammetto, anche io ho provato rifiuto. E ho riso guardando gente scendere dal treno con indosso una mascherina. Forse avevo troppa fiducia che in un’era in cui la scienza sembra offrire una soluzione per qualunque cosa, un virus non avrebbe mai messo ko una nazione. Le chiusure, anche quelle, mi sembravano un’assurdità. E il distanziamento, non sapevo neanche cosa fosse. Costringere un padre di famiglia ad abbassare la saracinesca del negozio che gli permette di vivere, per me era come togliergli la dignità. Bandire abbracci e baci dalla quotidianità era un’eresia. E permettere ad una mascherina di nasconderti il sorriso, quasi un reato.
E’ stata la realtà a darmi uno schiaffo in faccia. Quella realtà che in tanti, troppi, hanno continuato a negare perché “giornali e tv facevano terrorismo” e in fondo “il coronavirus era una banale influenza”. Sarà stato forse anche un problema del nostro sistema sanitario, troppo debole per reggere un’ondata simile (che comunque di lì a poco avrebbe travolto anche il resto del mondo), ma migliaia di famiglie devastate dalla perdita di un caro strappato dalle loro braccia di punto in bianco, e poi lasciato spegnersi in solitudine, non meritavano tanto scetticismo e rifiuto. O infinite giustificazioni, come “ma era vecchio e malato, se ne sarebbe andato comunque. E se non ci fossero stati tutti quei tagli alla sanità, forse si sarebbe salvato”. No. Meritavano silenzio, accettazione, e una presa di coscienza: che a volte, di fronte a qualcosa di troppo più grande di noi, si diventa impotenti.
Forse il punto è stato proprio quello. In molti non hanno accettato di dover combattere questa battaglia senza la possibilità di attaccare, ma con la sola arma della difesa. Ancora oggi, è questa la vera sfida. Perché il coronavirus ci ha tolto tanto, ha spezzato vite e ne ha indebolite altrettante. Ha distrutto certezze, condannandoci a vivere in un limbo. E in tutto questo, non abbiamo mai potuto sferrare un colpo.
“Domani splende il sole”, scrivevo un anno fa. Non era retorica, ne rimango convinta. Solo non credevo (o non volevo credere), ci sarebbe voluto tanto tempo.
Claudia Cella

Cara Claudia,
sai bene quanto mi stiano a cuore le questioni sociali ed economiche. La rabbia a cui stiamo assistendo in questi giorni e che, giustamente ti indigna, sono certo che non sarebbe stata a questi livelli se alcune chiare scelte politiche non si fossero fatte negli ultimi trent’anni. Nello specifico mi riferisco all’ossessione di ridurre il debito pubblico, un’ossessione dettata da ideologie cosiddette neoliberiste. Un’ossessione tale che ha causato quasi 40 miliardi di tagli alla sanità negli ultimi dieci anni. E la cosa più devastante è che questi tagli sono stati votati e approvati dagli stessi politici che oggi ripetono come un mantra «la salute prima di tutto». Frase, peraltro, giusta.
Per questo penso che se quei tagli alla sanità non fossero avvenuti qualche persona in più si sarebbe salvata. Ed è un punto centrale questo che non va mai dimenticato e che questo giornale continuerà a ricordare. Una recente ricerca, pubblicata proprio in questi giorni, di Anaao-Assomed ci dice che, relativamente ai primi 8 mesi del 2020, a ogni posto letto in meno per mille abitanti è associato un +2% di aumento della mortalità generale. Tra i Paesi nei quali l’aumento della mortalità è stato maggiore spiccano, guarda caso, l’Italia (circa +17%), la Spagna (+18%), e il Regno Unito (+22%). E questi sono proprio quei Paesi che hanno tagliato più posti letto. Qualche posto letto in più avrebbe potuto risparmiare qualche vita e molto dolore tra i familiari di quelle povere persone? Probabilmente sì.
Inoltre, tra le scelte politiche che, per esempio, avrebbero potuto contenere quella rabbia che spesso supera i limiti della ragione, sarebbe stato pagare, indennizzare, correttamente tutte le attività che dovevano essere chiuse per contenere la diffusione dell’epidemia. Questo non è stato fatto. È stata una scelta politica. Non mi sorprende quindi che la gente sia incazzata (e spesso certe uscite di certa gente fanno incazzare anche me). La gente ha l’acqua alla gola e, senza un governo che ti lancia un vero salvagente, molti sono portati ad aggrapparsi a qualsiasi appiglio per non affogare (come le molte fake news che circolano, per esempio) e, spesso, abbandonare la ragione per l’istinto di sopravvivenza.
Poi il ruolo dei giornalisti e dei media: noi abbiamo una grande responsabilità e il dovere di raccontare perché l’Italia è tra i peggiori Paesi del mondo nella gestione dell’emergenza covid. Ma le colpe di questo riguardano molto limitatamente le scelte politiche degli ultimi mesi. Le colpe maggiori (che pochissimi media trattano) ricadono su chi ha deliberatamente deciso trent’anni fa che la spesa per la sanità pubblica doveva diminuire. Infine, la maggior parte dei media da un anno sta bombardando a più non posso con titoli allarmistici per esasperare ancor di più il dibattito e far crescere la paura e la rabbia. Non mi sorprendono più di tanto, quindi, i toni che si sviluppano tra la gente. Questo giornale non si è prestato a tale gioco e continuerà a raccontare la realtà del coronavirus nella nostra provincia. Ma senza allarmismi. E, se qualcuno ci criticherà, chissenefrega.
Detto questo, spero con tutto il cuore che, come dici tu, domani il sole tornerà a splendere.
Matteo Bernabè