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«Un anno sul fronte, ora intravedo la luce». Il racconto dell’infermiera del Noa simbolo della lotta al covid

La prima ondata, la paura "sul campo" e le tante facce del dramma del Coronavirus. Martina Benedetti svela tutto a La Voce Apuana: «In ospedale oggi una situazione di apparente tranquillità, ma temiamo una terza ondata. I negazionisti? Una volta vissuto il dramma cambiano sempre idea»

MASSA-CARRARA – Era il 10 marzo 2020 quando Martina Benedetti, giovane infermiera di Montignoso all’Ospedale Apuane, al termine di un turno notturno in terapia intensiva scriveva su Facebook un lungo sfogo, che nel giro di poco tempo avrebbe fatto il giro del web. E in fondo al post, a mostrare i segni della stanchezza e della fatica sul volto, un autoscatto. Quello che l’ha resa “infermiera simbolo” della lotta al Coronavirus. Il giorno dopo tutta Italia sarebbe entrata in lockdown. Per molti era l’inizio di una guerra silenziosa, da combattere tra le mura di casa, senza esporsi, senza sferrare colpi. Martina, invece, la sua battaglia l’ha fatta sul campo, a soli 27 anni. E l’ha voluta raccontare in un libro, scritto a quattro mani insieme all’amica criminologa Anna Vagli, dal titolo “Lettere digitali dal fronte Covid-19 – Noi non siamo pronti”.  Una raccolta di emozioni, di angosce e di paure, che oggi racconta a La Voce Apuana.

Martina, a che cosa esattamente, non siamo o non eravamo pronti?
Non eravamo pronti a tutto ciò che è successo dall’anno scorso a questa parte. In realtà il titolo è nato dopo aver visto in tv, il 22 febbraio, lo speciale consiglio dei ministri in cui si parlava di questo virus che stava arrivando anche in Italia. E mi colpì una frase: “Siamo pronti per gestire l’emergenza”. Ma io non mi sentivo pronta per niente. Non avevo mai indossato Dpi di quel tipo, mai fatto formazione, e la sanità viveva una situazione di carenza di personale già prima dell’emergenza. Ricordo che in quel periodo preparai un borsone con accappatoio, cambio biancheria e bagnoschiuma da lasciare in auto per ogni evenienza. Ho pensato che se fossi dovuta rimanere 24 ore in ospedale, almeno sarei stata preparata.

Hai vissuto sia la prima che la seconda ondata al “Noa”. Ci sono state delle differenze?
La prima ondata ci ha colto di sorpresa e questa è stata la differenza più grande. Di conseguenza l’atteggiamento era di maggior diffidenza verso un qualcosa che non conoscevi, procedure nuove, protocolli nuovi. La seconda ondata, invece, purtroppo l’avevamo prevista. E’ iniziato tutto a fine ottobre e rispetto alla precedente ci ha colto meno impreparati. Anche dal punto di vista clinico, dell’impostazione delle terapie, medici e anestesisti conoscevano di più quello a cui sarebbero andati incontro. E’ stato peggio però a livello di stress, perché alla fine la prima ondata è durata due mesi, questa invece ce la portiamo avanti da ottobre. E sapere, già dall’autunno, che saremmo andati incontro a tutta la stagione invernale, ci ha spaventato molto.

Lo scorso febbraio l’emergenza è scoppiata nel giro di pochi giorni. Come hai vissuto quei primi momenti?
Ho scritto il famoso post, poi divenuto virale, il 10 di marzo, al termine del turno di notte. La prima notte in cui mi trovai a lavorare nella terapia intensiva diventata totalmente “covid”. E pensare che appena una settimana prima, entravo nel mio posto di lavoro “normale”. Da un momento all’altro abbiamo iniziato a indossare tute e mascherine ffp2 e ffp3. Guardavamo video tutorial su Youtube, scaricavamo procedure e protocolli che ci arrivavano anche dei colleghi cinesi. Tutto ciò che serviva a imparare a lavorare in un ambiente di contaminazione. All’inizio abbiamo fatto tanta fatica, e il fatto che non ci fossero Dpi accresceva la nostra ansia.

Appunto per la carenza iniziale di dispositivi di protezione, hai mai temuto di portare il virus “a casa”?
Certo. Inizialmente io e altri colleghi abbiamo attraversato tutta la fase dell’isolamento domiciliare e sociale. Non sapevamo bene a cosa saremmo andati incontro, in più i protocolli cambiavano di giorno in giorno. Tanti colleghi con le famiglie hanno preso case in affitto o sono andati in albergo. Le prime settimane ero nel panico e mi sono isolata completamente da tutti. Non volevo essere veicolo di trasmissione del virus e rappresentare un rischio per gli altri.

Cosa ti spaventava maggiormente, vivendo quotidianamente l’emergenza?
Oltre al virus stesso, il rischio di tenuta del nostro sistema sanitario. E’ questo il grande problema che tanti non hanno capito. Il distanziamento, le norme anti-contagio, lo stare in casa, sono tutti comportamenti essenziali evitare il collasso, e per fare sì che si continui a garantire anche a pazienti con problematiche “extra covid” di trovare un letto in ospedale. Il 6 marzo 2020 la Siaarti (Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva) pubblicò un documento, che in pochi hanno letto, il quale in sostanza ti dava istruzioni su come comportarti in un contesto di grave carenza di risorse sanitaria. Per determinare, quindi, chi aveva il diritto di sopravvivere e chi no. Fortunatamente nella nostra zona siamo sempre riusciti a garantire posti letto a tutti. Altrove, purtroppo, non è stato lo stesso.

In cosa risiede, secondo te, il vero dramma di questo virus?
Soprattutto all’inizio, il dramma è stato la necessità di isolare questi pazienti, tenerli lontano dalle famiglie e di fare noi da tramite tra interno ed esterno. Poi c’è il dramma della malattia in sé per sé. Tanti prendono il virus senza accorgersene, tanti altri invece vengono colpiti in forma veramente grave. E la dispnea e l’insufficienza respiratoria da Covid sono terribili. C’è chi parla ancora di normale influenza. Ecco un altro dramma: la tanta confusione e la tanta disinformazione. La battaglia mediatica che c’è stata tra virologi ha fatto sì che non si creasse mai una voce unica nazionale e coesa.

Hai avuto a che fare con i cosiddetti “negazionisti del virus”?
E’ capitato, e tra questi non ho visto mai nessuno mantenere coerenza con le proprie idee. Probabilmente molti, da fuori, per ignoranza o come meccanismo di difesa, non pensano che questa malattia sia così grave. Ed è brutto da dire, ma poi chi la prova sulla sua pelle cambia idea. E così è successo. Queste persone, nei momenti in cui erano in grado di parlare, si rendevano davvero conto di cosa stava succedendo. E una volta fuori dall’ospedale, hanno rivisto le proprie idee. E’ triste pensare che debba succedere tutto ciò, per far aprire gli occhi.

Qual è stato, per te, il momento più duro nell’ultimo anno?
Ce ne sono stati tanti. Uno sicuramente risale ai primi giorni di marzo, quando dovevo entrare in reparto e mi sembrava di vivere una realtà parallela. Un altro momento difficile è stato quello che è intercorso tra la prima e la seconda ondata, caratterizzato dal rifiuto da tante persone di tutto quello che era successo.

Si poteva fare di più, a tuo avviso, per evitare quanto accaduto a ottobre e novembre?
Sì, alla fine abbiamo visto vanificati i nostri sforzi. Soprattutto nel periodo estivo potevamo fare di meglio. Ho espresso spesso questo pensiero, e per questo non sono stata risparmiata da haters, no mask e negazionisti. Oggi alcuni parlano ancora di dittatura sanitaria, come se noi ci divertissimo a vivere in queste tute e a raccomandare alle persone di stare attente. Si è creata una contrapposizione tra economia e salute. Ma non esiste economia senza che sia garantito, di base, il diritto alla salute.

Com’è la situazione in questo momento al Noa? E che sensazioni hai?
Da ottobre non abbiamo mai smesso di ricoverare pazienti covid. In questo momento si respira un’apparente tranquillità, ma lo confesso: non siamo ottimisti. Anzi, mi aspetto una terza ondata e tanti miei colleghi come me. In ogni caso, penso ci si focalizzi forse troppo sugli ospedali, sulle terapie intensive, i posti letto, i ventilatori, dimenticando qual è la vera barriera di contenimento del virus: il vero fronte è il territorio. Quando viene a saltare il tracciamento, quando non si riescono a contenere i nuovi casi, inevitabilmente si arriva al sovraffollamento delle strutture. Questo virus ha messo proprio a nudo tutte le carenze sanitarie che negli anni ci sono sempre state. E in primis la debolezza del territorio. Gli ospedali di oggi, che seguono il modello di strutture “per acuzie”,  per funzionare bene hanno bisogno di un territorio super potenziato. Questo potenziamento non è mai avvenuto come si deve, e il virus ha scoperchiato questo vaso di Pandora.

Hai già fatto il vaccino?
Sì, sia la prima che la seconda dose, e non ho avuto alcuna complicanza. E’ la vera arma che abbiamo, l’unica via d’uscita. E bisognerebbe iniziare a vaccinare a tappeto, come stanno facendo in Israele.  Il vaccino, è bene chiarirlo, funziona, e soprattutto ti impedisce di ammalarti nella forma grave, che è la cosa più importante. Poi, vaccinandoci tutti, proteggiamo anche persone che non hanno la possibilità di farlo. In questo senso abbiamo anche una grossa responsabilità. Non riesco a capire chi è contrario. E’ da pazzi.

Alcuni intravedono la luce in fondo al tunnel. E tu?
Senza dubbio. Mi piace pensare che mentre il 2020 è iniziato con la pandemia, il 2021 è iniziato con la speranza. Sarà forse più lunga di quello che ci dicono, ci sono stati ritardi, e penso che l’idea di liberalizzare il brevetto e riconvertire industrie farmaceutiche nella produzione del vaccino sia l’alternativa giusta per raggiungere quanto prima quel famoso 70-80% percento di copertura che serve a rendere efficace il vaccino stesso. A quel punto arriverà davvero la svolta. Fino ad allora dobbiamo continuare a essere prudenti e a rispettare tutte le misure anti-contagio.