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«Paradosso a Pontremoli: finestre aperte e pazienti al gelo. E le salme al Noa perché la cella frigo non funziona»

Il consigliere pontremolese Jacopo Ferri si fa portavoce di alcuni degenti della struttura. «Temperature proibitive anche di notte. Anche il personale è provato dalla situazione»

PONTREMOLI – Al dibattito legato sull’Ospedale di Pontremoli in seguito alla decisione di crearvi un reparto destinato ai pazienti Covid si aggiunge in questi giorni la denuncia del consigliere Jacopo Ferri, il quale si fa portavoce di alcuni degenti della struttura che riferiscono come con l’arrivo dell’inverno e della pioggia le temperature registrate in reparto siano spesso poco sopportabili e a tratti (anche la notte) addirittura proibitive. “La direzione aziendale di Usl Toscana nord ovest continua a fare orecchie da mercante anche rispetto alle problematiche organizzative che si sono fin dall’inizio registrate. Senza impianti di areazione e di ricambio d’aria l’unica alternativa praticabile rimane quella classica delle finestre aperte, e questa soluzione non è certo né tra le più moderne (tant’è che è riservata a Pontremoli…), né tra le più comode. Ci sarà forse anche qualcuno che ne uscirà fortificato, ma per i più potrebbe essere un ulteriore elemento di rischio rispetto a quadri clinici già provati dal virus”.

“I pazienti – continua Ferri – riferiscono inoltre che lo stesso personale medico, infermieristico e di supporto/pulizia appare estremamente provato dalla situazione, vista anche la tremenda pressione a cui è sottoposto per il tipo di lavoro, le complesse procedure e gli orari pesantissimi. In compenso, si per dire, ha fatto notizia – ovviamente in negativo – l’impossibilità registrata nei giorni scorsi di poter far uso della cella frigo all’interno della camera mortuaria, con necessità di trasferire al Noa alcune salme. Con questa Asl non si può stare mai in pace: dove ci dovrebbe essere caldo c’è freddo, dove ci dovrebbe essere freddo c’è caldo ed infine, tanto per non darci illusioni, non siamo più sicuri neppure di avere servizi normali di fine vita, senza dover migrare a Massa”.

“E’ pur vero che al peggio non c’è mai fine – conclude il consigliere -, ma quando è troppo è troppo”.