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Dall’industria all’artigianato, la storia di Francesco Trimboli e di un lavoro “cucito addosso” foto

Il 41enne di Massa per anni ha lavorato nell'ambiente industriale che però non sentiva adatto a sé. Due anni fa la vera svolta. Adesso sogna un suo marchio

MASSA – Non è mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita. A volte basta una giornata per prendere coscienza che il lavoro che hai fatto per anni, in realtà non te lo sentivi cucito addosso. E nel caso di Francesco Trimboli, 41enne massese, sembra quasi un gioco di parole. Francesco ha scelto di fare il sarto. O meglio, non è stata una scelta, ma un destino già scritto ad opera delle sue radici. Suo padre Salvatore, calabrese, con la stoffa tra le mani ci è cresciuto. A 18 anni è emigrato a Nord e ha girato diverse sartorie, fermandosi a Cremona, dove ne ha aperto una sua. Ma di lì a poco le prime aziende di confezione e la produzione in serie avrebbero mandato in crisi il sarto tradizionale. In quel periodo Trimboli ha avuto la possibilità di dirigere una di queste aziende, ma il suo amore per ciò che è “fatto a mano” lo ha spinto a rifiutare. Lo stesso amore ha spinto il figlio a non accontentarsi mai, a rifiutare l’industriale per l’artigianale nella costante ricerca della sua dimensione ideale. Non senza fatica, certo, e con una bella dose di coraggio.

“All’inizio di questo percorso – racconta il giovane sarto – ho fatto proprio quello che mio padre non avrebbe voluto.  Perché dopo aver frequentato il Centro internazionale alta moda sartoriale di Roma sono entrato come stagista in Sartoria Carrara (allora “Sartoria Toscana”, ndr.) cedendo così all’industriale. Ma sentivo che quello che stavo facendo non mi appagava realmente”.

A rimescolare le carte ci ha pensato la crisi del 2008 con le conseguenti difficoltà aziendali. Da lì la decisione di Trimboli, nel 2011, di trasferirsi a D’Avenza Fashion, storica azienda di Nazzano. “Ma anche in quel caso – sottolinea  – si parlava sempre di prodotti industriali. Certo, quella esperienza mi è servita per prendere praticità con la macchina da cucire. Alla fine facevi solo quello dalla mattina alla sera. Ma anche quel lavoro mi stava stretto. Lo accettavo, perché sono cresciuto con la mentalità “porta a casa lo stipendio”, per cui non è così importante il lavoro che fai, ma solo che ti permetta di vivere”. Nel 2015 D’Avenza Fashion viene rilevata da Brunello Cucinelli, il super imprenditore “illuminato” di Perugia. “Proprio allora – spiega Trimboli – ho avuto la conferma che quello non era il mio mondo, e che dovevo tornare all’artigianale”.

La notizia della malattia del padre lo spinge a prendersi un periodo di pausa per stare vicino alla famiglia. Dopo qualche mese decide di licenziarsi: “Ho capito che, se è così facile ammalarsi dal giorno alla notte, non devi sprecare tempo a fare qualcosa che non ti piace” – confessa il giovane. Dopo aver seguito un corso individuale in Toscana e aver intrapreso una piccola collaborazione con il suo maestro, accetta la proposta della Sartoria Vestrucci di Firenze, dove rimane fino al 2018, quando le condizioni di salute del padre si aggravano e decide dunque di tornare a casa. Dopo la morte del padre Francesco si guarda intorno, sempre alla ricerca dell’artigianato e dell’”hand-made”. La vera svolta arriva con la conoscenza di due vecchi sarti liguri che cercavano un giovane a cui trasmettere il loro sapere. C’è sintonia fin da subito, così, dopo due anni di lavoro part-time in un’azienda di Carrara, Trimboli decide di dedicare loro tutto il suo tempo: “Ed eccomi qua. Dopo due anni intensi posso dire di essere soddisfatto: entro alle 7 ed esco alle 19. I miei capi piacciono, collaboro con diverse sartorie sia toscane che liguri, in più ho i miei clienti”.

Ma non è finita qui. Sì, perché se finalmente ha trovato, usando una metafora, il “vestito adatto a lui”, adesso Francesco pensa al perfezionamento e si pone nuovi obiettivi: “Vorrei lanciare un marchio mio rimanendo nell’artigianato, un settore che secondo me andrà sempre più forte. Il motivo? Perché lo stile, la manualità, il saper fare, è qualcosa che gli italiani hanno dentro da sempre. In più, credo che le persone stiano iniziando a capire come spendere i loro soldi, puntando meno sul brand e più sul prodotto unico, personalizzato. Tra il cliente e il sarto si instaura un rapporto di fiducia che assomiglia a un gioco: nella scelta dei dettagli, delle fodere, dei tagli dei pantaloni. Nei prossimi 5-6 anni, secondo me, questo nuovo modo di comprare andrà fortissimo”.