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Abbattimento Pini ad Avenza, Italia Nostra: «L’esempio di Viale Colombo non è servito»

AVENZA – La sezione apuo-lunense “L.Biso” di Italia Nostra, associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e culturale, interviene sulla sostituzione dei pini ad Avenza collocando il fatto in una più ampia valutazione del problema verde urbano. “Il progetto, approvato con Delibera n. 500 del 13 dicembre 2019, poneva tra le cause del dissesto del marciapiede di via Giovan Pietro le “proprietà intrinseche del materiale”, cioè del marmo: la sua fragilità, la sua dilatazione termica, la sua delicatezza e scarsa resistenza, la scivolosità in caso di pioggia, la scarsa resistenza al transito (non autorizzato, si specificava!) delle autovetture” – si legge nel comunicato dell’associazione. “Tutte queste proprietà – vi leggevamo – hanno portato a rotture e fessurazioni estese che pregiudicano la pavimentazione sia dal punto di vista prettamente estetico che da quello funzionale. Si approvava quindi un marciapiede in conglomerato bituminoso tipo Naturbit, di cui veniva sottolineato l’ampio uso nei centri storici per le sue qualità. A distanza di qualche mese si azzerano le valutazioni precedenti e si torna al marmo, “bocciardato”, perché il conglomerato è stato bocciato dall’ufficio LLPP (che è lo stesso che aveva approvato il progetto precedente)”.

“Ciò che ci disorienta – sottolinea Italia Nostra – è ancora una volta la mancanza di una programmazione seria, di una visione d’insieme dei problemi. Si procede per tentativi: è tutto un fare e disfare. Sospettiamo che, in questo caso specifico, il cambio di decisione sia determinato dai risultati oggettivamente negativi del conglomerato utilizzato per il marciapiede di Viale Colombo. Ma la nostra attenzione è catturata da un altro aspetto, a noi particolarmente caro. Quando, il dicembre scorso, uscì sulla stampa la notizia del rifacimento del marciapiede e vi si affermava che l’abbattimento dei pini sarebbe stato subordinato alla valutazione di salute e stabilità degli stessi, ci rallegrammo. Pensammo che il sacrificio dei 17 pini sani e robusti di viale Colombo fosse servito a qualcosa: a non abbattere più alberi senza la preliminare valutazione agronomica, peraltro obbligatoria. Infatti, il progetto recitava: “Per salvaguardare le alberature di pino esistenti si ritiene necessario effettuare indagini specializzate con prove di trazione per valutare la salute e la stabilità della pianta alla rottura e al ribaltamento. Tale valutazione andrebbe effettuata prima e dopo l’intervento sugli apparati radicali superficiali”. Coerentemente con ciò, nel computo dei lavori comparivano le due voci di spesa: Attività di consulenza agronomica (5.000 euro) e Rilievi accertamenti indagini- Analisi specialistiche su alberature (5.000 euro). A parte che ci chiediamo ora, così come ce lo chiedemmo allora, perché il Comune ricorra ad agronomi esterni quando c’è un dottore agronomo all’interno di Nausicaa, responsabile del verde comunale, pagato con soldi pubblici. Forse, il Comune non si fida del dirigente interno; se così, lo sostituisca e non faccia spendere denaro pubblico”.

“Abbiamo letto la relazione dell’agronomo incaricato della perizia dei pini in oggetto – continua l’associazione -.Perizia che, per tutta la parte introduttiva (più della metà dell’intera relazione), è un citato pressoché identico a quanto si può trovare in siti di pubblico accesso, senza alcuna rielaborazione, senza il dovuto virgolettato che segnala la citazione e senza la dovuta citazione bibliografica. Purtroppo, non vediamo le schede e manca un sommario (tabella) che riassuma le caratteristiche morfologiche, i difetti, le classi di pericolosità e quindi le prescrizioni. Non c’è una prova strumentale: probabilmente, perché di fatto non ci sono difetti. Supponiamo quindi che le piante vengano abbattute per la valutazione del rischio e non per la propensione al cedimento. Ma quando si parla di pini, a meno che non abbiano conclamati difetti, solo le prove di trazione ci possono dire se sono soggetti a stramazzo o meno. Per i nostri pini, classificati in C (rischio moderato), l’agronomo consiglia uno stretto controllo periodico, salvo poi, poche righe dopo, aggiungere che, pur non essendo in stato di grave pericolosità di caduta, stanno creando danni alle pavimentazioni presenti sottochioma (e, banalmente, tra le nostre diverse perplessità tecniche, ci chiediamo anche se le radici affioranti siano solo noduli o vere radici di sostegno). Ma se l’agronomo dice che sono in C, perché devono essere abbattuti, visto che il marciapiede si può rifare con tecniche che ne impediscono il sollevamento da parte delle radici? E se il marciapiede non fosse dissestato, sarebbe stata ugualmente commissionata una perizia agronomica sulla “stabilità” dei pini?”

“Eccolo dunque il vero problema – conclude il collettivo -. Ancora una volta, il “capitale naturale” non è trattato come parte integrante del tessuto urbanistico, ma ancora una volta è trattato come corpo estraneo, pronto ad essere sacrificato in nome del “capitale costruito”. Gli strumenti conoscitivi e regolatori, nonostante una loro buona diffusione, stentano ad essere applicati nella prassi gestionale e, ciò, nonostante sia abbastanza codificata e regolamentata anche la gestione “tecnica”. L’anello critico della filiera è proprio l’amministrazione locale. Il verde, il cui governo richiede un approccio integrato per la sua complessità e multidisciplinarietà, continua a non essere oggetto di specifica pianificazione, continua ad essere vittima del ritardo culturale e della “distorta” percezione pubblica, da cui scaturiscono, in modo inevitabile, una drammatica banalizzazione e il dileggio delle informazioni tecniche e scientifiche, lasciando il posto al luogo comune e alle credenze popolari. È vuoto esercizio linguistico parlare di qualità della vita e di resilienza urbana se poi si persevera nel ritardo culturale di non riconoscere, nei fatti, la funzione di mitigazione ai cambiamenti climatici, di termoregolazione, di cattura delle polveri sottili degli alberi, soprattutto di quelli maturi e con ampia chioma, come i pini, peraltro, assieme ai lecci, i più tolleranti all’aumento delle temperature e richiedenti meno irrigazioni, proprietà di non poco conto in considerazione del cambiamento climatico”.