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Zagrebelsky a Con-vivere: «I migranti di oggi come gli ebrei. Strappati alla terra, vagano senza meta»

Il giurista e accademico ex presidente della Corte costituzionale è stato uno dei primi relatori del festival: "Le generazioni future? Non esistono ancora e non posso avere diritti. Ma non possiamo ignorarle, perché abbiamo un dovere..."

CARRARA – Il diritto di avere diritti. La stessa parola ripetuta due volte, in una formula che allude a qualcosa che sta al di là, o prima, o sopra, rispetto ai singoli diritti. Si tratta di un “metadiscorso”, così lo ha definito Gustavo Zagrebelsky, uno dei i primi relatori della serata di apertura di Con-vivere 2020. “Un concetto espresso in un libro della scrittrice Hannah Arendt sui totalitarismi – ha spiegato il giurista -, in quel caso utilizzato per mettere in chiaro la condizione degli ebrei nel 1938, nel periodo delle persecuzioni razziali in Europa”.

E’ proprio da una riflessione su quell’epoca, distante ma al tempo stesso vicina, che inizia la relazione dell’ex presidente della Corte costituzionale. “Il popolo ebraico si è trovato nella condizione di chi veniva sradicato dai propri paesi e costretto ad allontanarsi, senza però avere una sponda su cui approdare. E tale sradicamento privava questa gente dei presupposti per vantare qualche diritto. Per avere diritti, infatti, devi essere radicato in una società che ti offre strumenti per difenderli. All’epoca i paesi non nazisti organizzarono una conferenza internazionale per discutere su “come dare una nuova terra sotto i piedi a milioni di persone”. Ma non raggiunsero mai un accordo”.

I tempi cambiano e le società si evolvono, ma la storia si ripete. Quella dei popoli strappati alla loro terra, che si trovano a vagare senza meta. “Si tratta del fenomeno delle dislocazioni di massa – ha evidenziato Zagrebelsky -. Allora la ragione era la persecuzione razziale, oggi si fugge da guerre, carestie, cambiamenti climatici. Ma il problema in fondo è lo stesso: come garantire a queste persone una collocazione sociale ed istituzionale ed evitare che debbano sopravvivere in quelli che sono definiti “non luoghi”? Campi profughi, baraccopoli, villaggi dove stanno crescendo generazioni, bambini che non conoscono altro che un tetto di metallo e il fango in cui giocano.

Per i prossimi decenni, quindi, abbiamo un compito in termini di doveri, perché al diritto di avere una terra corrisponde il dovere di coloro che vi abitano di fare spazio. Formule come “a casa sua” o “a casa nostra”, che si usano oggi in politica, sono discorsi aggressivi e privi di senso. Non esiste una casa di qualcuno. Gli spostamenti sulla terra dimostrano che lo spazio sta diventando un bene comune”.

Altro grande tema su cui il relatore ha voluto sviluppare la formula del “diritto di avere diritti” è quello dei diritti delle generazioni future: “Siamo in guerra nei confronti del mondo in cui viviamo e anche contro quelle che chiamiamo generazioni future. Si parla spesso dei loro diritti ma queste, in realtà, non hanno neanche un “diritto di avere diritti,” semplicemente perché non esistono ancora. E allora perché ci preoccupiamo di loro? Perché non possiamo permetterci di ignorarle. E’ vero che manca il diritto, ma esiste un dovere. Un dovere etico, morale, molto più pressante di un dovere giuridico: quello di assicurarci che la vita umana sul pianeta non si spenga, ma che, al contrario, si rigeneri continuamente”.