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La Farmoplant, i media e le cariche della Polizia. L’intervista a Marcello Palagi

Trentadue anni fa lo scoppio dell'impianto per la produzione di fitofarmaci

«Ed ora in linea da Massa abbiamo Egidio Verona della lista Verde. A lui chiediamo della giornata di ieri che ha dato vita ad una vera e propria rivolta nei confronti dei ministri Ruffo e Ferri riuniti in Prefettura».
È il 18 luglio del 1988. A Radio Radicale si parla delle quattro esplosioni avvenute il giorno prima alla Farmoplant. In provincia sono attimi concitati. I comunicati stampa che vengono diffusi di ora in ora dal momento del primo scoppio rivelano la confusione generale che si respira nel territorio, adombrato da una nube nera che si estende per circa 2 mila km2.
La Protezione Civile parla di una “nube maleodorante e non inquinante” in fase di dispersione. Di una situazione sotto controllo. L’Usl inizialmente diffonde un comunicato per ricostruire le dinamiche dell’incidente. Nel giro di qualche ora ne rende pubblico un secondo in cui raccomanda di “non consumare frutta e verdura prodotta in loco, se non dopo un accurato lavaggio”.
La balneazione viene vietata per “500 metri, a destra e a sinistra della foce del Lavello”. Nei giorni successivi il divieto viene esteso a 1000 metri.
In diretta su Radio Radicale, l’ambientalista Verona racconta che cosa succede all’ombra di quella nube tossica e dell’aria che si respira tra le persone che vivono a Massa-Carrara.

Paolo Frajese diede la notizia dello scoppio della Farmoplant

Sì, ti racconto con la voce che mi rimane dopo le manifestazioni che si sono succedute. Adesso sta partendo una nuova manifestazione per rispondere alla provocazione della Polizia di ieri. Quella di ieri è stata una manifestazione spontanea. La popolazione non ha nessuna organizzazione. In pratica ieri alcune persone apprendono dalla televisione dell’incontro in Prefettura alla presenza dei ministri. In cento si sono raccolte davanti alla Prefettura per manifestare. È stata fatta entrare una delegazione quando ormai era stato già deciso che cosa fare.(…) Viste dal di fuori, da quello che si legge sulla stampa, queste cose potrebbero accontentare un ambientalista. Ma qui, nella nostra situazione, sono assolutamente insufficienti e di livello provocatorio. Dire che la Farmoplant oggi viene chiusa cautelativamente per sei mesi e che in questo periodo verrà verificata la nocività della fabbrica è una cosa assolutamente folle. È una provocazione inaccettabile anche per un bambino di 14 anni. Ci dicono che l’inceneritore debba rimanere. Quindi le persone si sono sedute davanti alla prefettura. È un sit in pacifico(…).
I due ministri, Ruffo e Ferri, ministro dei lavori pubblici tra l’altro della nostra provincia, sono venuti fuori per parlare alla popolazione. Hanno fatto promesse ma non si sono sbilanciati, dicono è una questione di governo. C’è stato uno scambio piacevole. Ma il sit in continuava. Una donna della popolazione ha detto: bè, noialtri sono dieci anni che aspettiamo, i ministri possono aspettare un paio di ore. (…) Inaspettatamente è partita la carica della polizia. Alcuni consiglieri provinciali che erano dentro la prefettura hanno sentito che l’ordine veniva dato dal Prefetto.
Sono stati caricati donne, bambini. Una bambina presente è stata bastonata. Questo ha scioccato la popolazione. Dopo aver subito il rischio che ha subito, dover sopportare anche una carica della polizia era fuori dalle cose possibili.(…)
Questa è la situazione. Dopo questa prima carica si è radunata una folla e ha continuato a radunarsi fino alla mezzanotte. Poi sono partite manifestazioni spontanee e cortei. Fino alle 2 di notte c’erano dei gruppi che facevano blocchi dell’Aurelia e blocchi a Marina. Questa è stata la situazione di ieri. Alla televisione è stato comunicato che ci sarebbero stati dei contusi tra le forze dell’ordine. Ne dubito. La popolazione che ha reagito dopo un primo momento di stupore ha reagito lanciando degli aranci perché lì eravamo in piazza Aranci. Qualcuno forse ha strappato qualche pietra dal marciapiede. Ma non credo che siano state cose da provocare, come ho sentito dire al Tg1, nove contusi delle forze di Polizia
.

Chi non c’era, non può ricordare. Chi c’era invece quei momenti li ricorda ancora. Marcello Palagi all’epoca ha 50 anni. Da tempo si interessa della fabbrica di fitofarmaci; vuole che la parola “ecologia” trovi un senso anche in questa provincia. Al primo scoppio mattutino non presta attenzione. A distanza di qualche minuto dal secondo, riceve una chiamata.
Ero a letto quando ho sentito lo scoppio. Ho pensato che fosse lo scoppio della gomma di un camion. Poi c’è stato il secondo e dopo qualche minuto mi ha telefonato un uomo di Ricortola, Luciano Bonotti. Mi ha detto: guarda è scoppiata la Farmoplant. Allora sono salito sul tetto di casa e ho visto questa enorme nube che andava verso Spezia. Arrivava fino sul Monte Marcello.
A quel punto mi sono messo in moto per fare qualcosa con gli altri dell’Assemblea Permanente. E per avvertire chi non sapeva che cosa fosse successo.
Ho chiamato Luigi Mara, tecnico dell’Assemblea e attivista di Medicina Democratica. Gli ho detto: guarda abbiamo poche notizie, parlano di un deposito di cicloesanone. Lui mi dice che si sarebbe informato.
A quel punto abbiamo messo in moto la tipografia degli anarchici, scritto un volantino e organizzato una manifestazione. Il volantino tentava di raccontare che cosa era successo. Da quello che ricordo le informazioni dei media erano incomplete. Dalla fabbrica non era uscito che era esploso un serbatoio e che era partito come un razzo. Le autorità hanno tentato di mantenere la situazione sotto controllo. Però ricordo che ricevetti una telefonata da un medico dell’ospedale che mi chiedeva come dovevano curare queste persone. Non erano informati bene nemmeno loro di che cosa era successo. Alla manifestazione c’erano migliaia di persone.

Parlando della Farmoplant, scrivi che “non è vero che inizialmente il movimento chiedesse la chiusura della fabbrica. Per alcuni anni, si propose la sua riconversione, sull’esempio di come era avvenuto per lo stabilimento di Scarlino dove la questione internazionale dei fanghi rossi  venne superata, grazie proprio ai lavoratori e i ricercatori Montedison di Castellanza, che studiarono e individuarono metodi di produzione nuovi per quella industria”. Cosa mancò alla provincia di Massa-Carrara per intraprendere quello stesso percorso?
Il referendum per chiedere la chiusura si tenne nell’ottobre del 1987. Gli operai della fabbrica protestavano per la perdita del loro posto di lavoro. Il problema c’era. Chiedevano una riconversione nella chimica. Allora noi facemmo studiare nell’arco di un mese dall’Università di Milano un progetto di utilizzo delle competenze della fabbrica che già c’erano per creare un centro di bonifiche ambientali. Un centro che doveva specializzare la manodopera perché poi potesse andare in giro per l’Italia a fare le bonifiche. Questo progetto si poteva finanziare per l’80% a fondo perduto dalla Comunità Europea. Secondo i tecnici sarebbe costato venti miliardi di lire. Sedici li avrebbe sostenuti l’Ue. Quattro dovevano essere trovati in Italia. Non era un progetto impossibile. I tecnici inoltre prevedevano un aumento dell’occupazione rispetto a quella del momento. La Farmoplant dava lavoro a 285 dipendenti, alcuni in cassa integrazioni dal 1975 in poi. Spedimmo il progetto alla Comunità Europea, ai sindacati, al consiglio di fabbrica, al sindaco di Massa. L’unico ente che ci rispose fu la Comunità Europea, che si congratulò. Facemmo un convegno nel novembre del 1987 su questo tema. Non venne nessuno né della fabbrica, nè dell’amministrazione comunale.

Mancava la volontà politica di cambiare le cose?
Il referendum si era svolto su due quesiti. Il quesito A chiedeva la chiusura della fabbrica, lo smantellamento e la bonifica. I consigli di Massa, Carrara e Montignoso, inserirono un secondo quesito, in cui si chiedeva una riconversione della fabbrica. Ma a quel punto il 72% dei votanti chiese la chiusura. Purtroppo venne promossa una narrazione che sosteneva che noi ci eravamo sbagliati a votare A. Che il nostro era un voto emotivo. Che in fondo saremmo stati d’accordo anche con una riconversione. I politici in tutti qui mesi non facendo niente tentarono di realizzare questo secondo quesito. E la Montedison a un certo momento disse che avrebbe creato un centro per la ricerca degli organismi geneticamente modificati. Lanciavano messaggi così. Sottobanco, tra amministrazione , tecnici Usl, si stringevano accordi per prendere tempo. Tanto è vero che una settimana prima dello scoppio dell’impianto venne fuori una sentenza del Tar che diceva che in sostanza gli impianti erano sicuri al 99,999%. Spesso abbiamo riso di questa percentuale…

Come Movimento avevate deciso di non aderire a partiti e di non presentarvi alle elezioni. Oggi in provincia non c’è ancora un registro tumori e la parola riconversione del sistema produttivo sembra ancora lontana dal trovare una concretizzazione. Non hai mai messo in discussione l’autoscioglimento del Movimento? Proprio perché mancava una volontà politica tra le istituzioni, perché non partecipare allo sviluppo politico della provincia?
È un problema complicato ma cerco di rispondere con una frase: un movimento è un movimento finché si muove. Un movimento ha una forza perché ha un fine specifico, limitato volendo. Quando abbiamo iniziato, la parola ecologia non la conosceva nessuno. Non avevamo un’idea dei problemi della fabbrica. Avevamo storie che si diffondevano. Se fossimo diventati partito avremmo perso la nostra caratteristica di movimento, come avremmo potuto fare volantinaggio o blocco autostradali? Il movimento è spontaneista. Quando si istituzionalizza perde le sue caratteristiche e molti dei suoi aderenti.