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Fine vita, Cappato: «Il Parlamento riconosca il diritto all’autodeterminazione» foto

Un'udienza tecnica quella di questa mattina che vede imputati Mina Welby e il tesoriere dell'associazione Coscioni nell'ambito del processo per la morte di Davide Trentini.

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Un udienza tecnica quella che si è tenuta questa mattina al Tribunale di Massa nell’ambito del processo che vede imputati Marco Cappato e Mina Welby per l’aiuto al suicidio prestato a Davide Trentini. In aula il dottor Mario Riccio, ascoltato dal giudice Ermanno de Mattia in qualità di consulente tecnico della difesa, ha illustrato il quadro clinico del Trentini nei suoi ultimi anni di vita, in particolare dal 2016, anno in cui il barista allora 52enne cadendo si fratturò una serie di costole.
Una caduta che andò ad aggravare le già complicate condizioni di salute dell’uomo, da trent’anni malato di Sclerosi Multipla, “una malattia – ha illustrato il medico – degenerativa, che non può migliorare con il tempo. Quando un sintomo compare, non scompare mai più”.

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Il dottore in aula ha descritto le conversazioni telefoniche avute con la madre di Davide Trentini, sua caregiver, cioè la persona che lo curava sottoponendolo ad una terapia ipertensiva per contenere lo sviluppo della malattia, e ad una terapia del dolore per sopportare le sofferenze ossee e muscolari che caratterizzavano le sue giornate.
Terapie descritte minuziosamente dal dottor Riccio per porre in evidenza come Trentini negli ultimi anni della sua vita vivesse grazie a due trattamenti a base di cannabinoidi e oppiacei. Trattamenti che nonostante tutto non placavano i suoi dolori e senza i quali “sarebbe morto”, ha affermato il medico. Se una delle due terapie fosse venuta meno o se si fosse aumentato il dosaggio dei famarci, infatti, si sarebbero verificati rischi legati ad un infarto, un arresto respiratorio, un’overdose. L’uomo, inoltre, viveva con il rischio di un’occlusione meccanica intestinale a causa della formazione di un fecaloma.

Il barista 53enne, malato di Sla, è morto il 13 aprile 2017. La moglie di Piergiorgio Welby lo accompagnò fisicamente in clinica, il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni Marco Cappato lo sostenne economicamente. L’esito del procedimento penale, che vedrà la prossima udienza il 27 luglio, arriva dopo la sentenza emessa a settembre 2019 dalla Corte Costituzionale con cui è stato legalizzato l’accesso a questa pratica in presenza di quattro elementi: patologia irreversibile, fonte di sofferenze intollerabili, capacità di intendere e volere e paziente tenuto in vita dalle macchine. L’udienza tecnica di questa mattina era volta ad approfondire quest’ultimo punto.
Al termine dell’audizione, le parole di Marco Cappato (video in allegato): «Noi attendiamo questa decisione dei giudici con il massimo rispetto. La disobbedienza civile che con Mina Welby conduciamo da qualche anno non è volta a fare pressione per una interpretazione tecnica della legge. È volta ad affermare un principio costituzionale di libertà di diritti all’autodeterminazione. Quindi l’obiettivo di questa azione non sono i giudici, ma i politici, è il parlamento. È quel parlamento che da 7 anni si sta rifiutando, nonostante due richiami della Corte Costituzionale, ad assumersi la responsabilità di una decisione. Questo scarica sui giudici l’enorme responsabilità di dover applicare la legge, che diventa un compito difficile in ragione dell’indifferenza e dell’inerzia del Parlamento. E quindi è un compito che aspettiamo con rispetto. La nostra disobbedienza non è rivolta ai giudici ma al parlamento».

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