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BUON 2020 MASSA-CARRARA, ALLARGANDO LA PROSPETTIVA

di MATTEO BERNABÈ

Buon 2020 Massa-Carrara. Ho pensato a lungo al migliore augurio che potessi rivolgere ai nostri lettori e ai cittadini della nostra provincia. E la risposta che mi sono dato è: allargare la prospettiva. Allargare la prospettiva significa comprendere il problema e di conseguenza fare le domande giuste ai nostri politici che dovranno essere messi alle strette per fornire le risposte giuste.

Arrivo subito al concreto: la nostra provincia nel 2019 ha visto la conferma di una situazione che va avanti da anni: i problemi irrisolti nella sanità (è di pochi giorni fa la notizia che una 96enne in barella è stata costretta ad affidarsi ai privati per essere trasportata al Noa per le cure antitumorali, per non parlare poi delle liste d’attesa); il trasporto pubblico locale che non funziona (quanti articoli abbiamo pubblicato di guasti continui ai i nostri autobus); la questione delle bollette ‘salate’ di Gaia. E poi le mafie. Sì, le mafie, esistono anche a Massa-Carrara, come abbiamo ampiamente documentato negli ultimi giorni.

E proprio su quest’ultimo punto vorrei soffermarmi un attimo, perché introduce il problema numero uno: la disoccupazione. La scarsità di lavoro e la conseguente povertà, infatti, sono gli elementi che favoriscono il proliferare della criminalità organizzata (e non solo), anche nella nostra depressa provincia, come ha evidenziato Marco Antonelli dell’Università di Pisa in un approfondimento pubblicato nel Terzo rapporto sui fenomeni di criminalità e corruzione in Toscana.

È questo il vero nodo da sciogliere. La vicenda della Sanac è solo l’ultima delle numerose vertenze che soprattutto dal 2008 a oggi la nostra provincia ha dovuto subire con le troppe perdite di posti di lavoro. Ricordo anche le attività artigianali e commerciali costrette a chiudere. Ed è naturale poi rivolgersi ai politici più vicini a noi per manifestare il disagio. Penso alla tragedia di un genitore, di una moglie, di un marito, che da un giorno all’altro non può più prendersi cura della propria famiglia. Una vera tragedia. E i politici a noi più vicini sono i sindaci, gli assessori, i consiglieri comunali, i quali però, purtroppo, possono fare poco, pochissimo, quasi nulla. I loro strumenti sono limitati, come quelli peraltro dei politici regionali e dei parlamentari.

La questione centrale, infatti, è qualcosa che va ben oltre i confini provinciali e nazionali. Ma andiamo con ordine. Perché tutto ciò? Da dove arriva tutto questo? Bisogna andare indietro di quasi trent’anni per comprendere la situazione che stiamo vivendo oggi. Sarò breve e conciso.

È dall’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, in un’Italia presa dalle note vicende di ‘Mani Pulite’, che si è strutturata la “nuova” politica, forse meglio chiamarla la nuova ideologia (forse meglio chiamarla “vecchia” ideologia, come scrisse il compianto economista italiano Federico Caffè). Qualcuno lo chiama “neoliberismo”, base fondante dell’Unione Europea e di tutti i trattati che hanno vincolato sempre più le capacità degli Stati. Il cardine di questa ideologia, non a caso, è quello di ridurre sempre più il ruolo dello Stato nell’economia.

E il piano era già tutto chiaro da allora: nel 1992 l’allora ministro del Tesoro Guido Carli aveva tracciato la strada. In un articolo a dir poco profetico pubblicato da La Repubblica, intitolato “Bisogna colpire salari e pensioni”, sono riportate le parole di Carli. Di seguito i passaggi più significativi.

Bisogna colpire pensioni e salari, ma occorre anche puntare alla “crescita zero” del numero dei dipendenti pubblici. E privatizzare. E sfruttare la “disponibilità a pagare” di una parte degli utenti nei delicatissimi settori della sanità e dell’istruzione. (…) Quindi va riformato l’ordinamento finanziario degli enti locali. E, ancora, vanno revisionate le procedure di bilancio… Insomma, rigore. Che poi vuol dire stringere (subito) la cinghia. Altrimenti l’Italia può abbandonare il sogno europeo perché già oggi la dinamica della spesa pubblica “non è tale da consentire” la convergenza richiesta dagli accordi di Maastricht. (…) Il Tesoro rinnova l’appello a privatizzare: “le ragioni e i vincoli di finanza pubblica giustificano una aggressiva politica di reimmissione sul mercato delle aziende pubbliche, specie quelle che si trovano in situazione di profittabilità ed efficienza”. Ed elabora 5 regole da suggerire all’Iri per le telecomunicazioni, all’Eni per il settore del gas, all’Enel per l’energia elettrica. Misure urgenti, ma anche tagli. Tra questi l’intervento pubblico di sostegno all’ attività produttiva che va contenuto “fino a sparire”. (…) Inoltre, sulla finanza locale: bisogna ampliare le fonti di entrata regionale basandosi su sovraimposte e addizionali ai tributi erariali. Nell’istruzione e nella sanità: bisognerà superare “la filosofia ancora radicata della gratuità diffusa”.

Tutto questo per inseguire «il sogno europeo». Se poi questo «sogno» andava a scapito dei cittadini e di quanto tutelato magistralmente dalla Costituzione della Repubblica («fondata sul Lavoro»), chissenefrega. E così è stato: un susseguirsi infinito di privatizzazioni (che compresero anche l’acqua pubblica e le autostrade), tagli dei salari, blocco delle assunzioni nel pubblico. Insomma tagli della spesa pubblica a più non posso per ridurre il “mostro” del debito pubblico, ma che in realtà serviva solo a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e aumentare il tasso di disoccupazione.

E questi tagli hanno riguardato soprattutto le amministrazioni locali e gli enti pubblici: sottrazione di potere (e capacità di spesa) a Comuni e Province e il passaggio dello stesso a livelli istituzionali sempre più “alti”. Tutto questo per “ridurre le spese di uno Stato spendaccione”. E allora assistiamo alla creazione delle “aziendone” per la gestione dell’acqua (vedi Gaia), del trasporto pubblico locale (vedi Ctt), della sanità (le macro-Asl sono solo l’ultima trovata per portare settori vitali sempre più lontani dal controllo dei cittadini). Con la promessa che tutto ciò dovesse portare a un miglioramento dei servizi. Inutile scrivere quali risultati hanno portato queste “nuove” politiche.

Meno spesa pubblica in questi settori, significa naturalmente impoverirli e quindi dare modo al privato di sostituirsi gradualmente al pubblico. La sanità è l’esempio più lampante: se vuoi fare una risonanza, nel pubblico “campa-cavallo”, nel privato “pronti-via!”. Questo ha portato quindi lo Stato a togliere denaro dalle tasche dei cittadini: sono circa trent’anni che l’Italia è in avanzo primario (il governo tassa di più rispetto a quanto spende per noi cittadini). Alla faccia di chi continua a sostenere, ignorando i dati, che l’Italia è un Paese “spendaccione” e che “ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità”. Frasi fatte, luoghi comuni. L’Italia, al contrario, è stato il baluardo del rigore di bilancio in Europa. Ma a che prezzo?

Quindi, per concludere, la svolta per il lavoro, che ci piaccia o meno, passerà dalla messa in discussione di tutto ciò. Anche qui a Massa-Carrara: dovremmo iniziare a chiedere ai nostri rappresentanti (politici e sindacali) la messa in discussione di architetture istituzionali che poco hanno a che fare col benessere dei cittadini. Per questo è vitale allargare la prospettiva. E buon anno a tutti.