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Mafie a Massa-Carrara, ecco come agiscono i gruppi criminali

Le inchieste degli ultimi anni nel territorio apuano analizzate nel terzo rapporto sulla criminalità organizzata in Toscana

Nei giorni scorsi la Voce Apuana ha preso in esame il Terzo rapporto su criminalità organizzata e corruzione in Toscana, con particolare riferimento alla sezione dedicata alla provincia di Massa-Carrara. Oltre a evidenziare il contesto provinciale e le possibili cause del fenomeno nella zona apuana, il documento comprende anche casi specifici di inchieste condotte all’inizio degli anni Duemila, raccontate in un approfondimento a cura di Marco Antonelli (Università di Pisa). Inchieste che hanno fatto emergere la presenza di gruppi in diretto contatto con esponenti di primo piano della camorra e della ‘ndrangheta.

La prima di queste, l’operazione Scilla133, riguarda un traffico di cocaina gestito da una cosca ‘ndranghetista originaria di Melito di Porto Salvo (RC) coinvolta in operazioni di spaccio con alcune città del Nord, tra cui anche La Spezia e Massa e Carrara. Dalle ricostruzioni emerge che nella provincia di Massa e Carrara operano due gruppi criminali: uno guidato dal figlio di un boss ‘ndranghetista, l’altro da un pluripregiudicato legato al clan camorristico dei Gionta. A collegarli, sia per stabilire una pacifica convivenza che per una convergenza di interessi, sono due calabresi residenti da anni in provincia de La Spezia.

Dalla Scilla133 si passa all’inchiesta Slot134, nel marzo 2003, che ha portato all’arresto di più di trenta persone tra Massa e Carrara, La Spezia, Genova, Napoli, Milano, Firenze, Lucca, Pistoia, Pescara, Parma e Reggio Emilia. Oggetto dell’indagine l’azione di un’associazione a delinquere che si occupava di distribuzione e installazione di videopoker nei bar e nei locali pubblici delle provincie di La Spezia e di Massa e Carrara. I protagonisti sono gli stessi dell’inchiesta SCILLA, una famiglia legata al clan camorristico Gionta che agiva tramite estorsioni, attentati incendiari, minacce e intimidazioni nei confronti delle ditte concorrenti, sempre nel settore dei videopoker. L’organizzazione alla fine ha trovato la disponibilità a collaborare da parte di alcuni imprenditori locali, ai quali era stata proposta una spartizione dei proventi del mercato del gioco d’azzardo.

Nel 2013 è partita poi la Grecale Ligure, condotta dalla Dia di Genova, una delle inchieste più importanti che ha avuto ad oggetto il territorio tra la provincia di La Spezia e di Massa e Carrara e che ha portato, nel maggio 2015, ad un sequestro nei confronti di tre soggetti calabresi. Uno di loro aveva intestato fittiziamente beni a dei prestanome per evitare che questi venissero sequestrati dalle forze dell’ordine. Tutto era partito dal rinvenimento, il 31 maggio 2013, in Grecia di un carico di quasi 200 kg di cannabis occultato tra il legname trasportato su un rimorchio da un pregiudicato. Quel rimorchio era stato intestato solo pochi giorni prima alla società del calabrese che, pur non comparendo nelle compagini societarie, era di fatto il titolare di alcune aziende operanti nel settore dei trasporti. Il secondo filone della Grecale Ligure riguarda invece due imprenditori da sempre attivi a La Spezia accusati a vario titolo di: falso, bancarotta fraudolenta, riciclaggio. La misura di prevenzione ha portato al sequestro di beni per un valore di circa venti milioni di euro. Compendi immobiliari nella provincia della Spezia, in Francia, in Svizzera, autovetture, rimorchi, trattori, quote societarie, conti correnti, un’imbarcazione da diporto. Il core business dei due era il settore dei trasporti, dove rivestivano un ruolo di primo piano nel mondo imprenditoriale spezzino. Il terzo momento dell’inchiesta risale al settembre 2016: un gruppo industriale piacentino operante nella vendita e assistenza di veicoli commerciali e nel settore immobiliare agiva, secondo l’accusa, tramite lo svuotamento patrimoniale delle società insolventi con il trasferimento dei beni in diverse aziende intestate a prestanome. Le sedi delle aziende insolventi venivano poi trasferite all’estero, così da evitare la dichiarazione di fallimento e l’eventuale contestazione del reato di bancarotta fraudolenta.

Un’ulteriore inchiesta, che pone al centro questa volta l’operatività di gruppi criminali nella provincia di Massa e Carrara è Drago, iniziata nell’autunno 2017. Un primo episodio riguarda il tentativo, da parte di due cittadini massesi, di rientrare in possesso di due appartamenti di famiglia messi all’asta dal Tribunale di Massa e acquistati da un imprenditore locale di Caserta. Per farlo i due soggetti si rivolgono a un loro amico (imputato anch’egli nel processo), il quale, a sua volta, li mette in contatto con due esponenti della criminalità organizzata campana. Questi progettano, dietro corrispettivo economico, un piano per far sì che i nuovi proprietari degli immobili cedano, allo stesso prezzo di acquisto all’asta, le proprietà.

Un ultimo episodio riguarda infine l’azione di un calabrese e un campano, colpevoli di estorsioni ai danni di un funzionario di banca di una filiale del territorio. Una truffa organizzata dal gruppo li ha portati, tramite intestazioni di rapporti bancari e finanziari in capo a soggetti ignari, a incassare considerevoli finanziamenti senza doverne corrispondere le rate. Nella documentazione veniva infatti inserito un indirizzo falso che rendeva impossibile il reperimento del debitore, il quale, una volta raggiunto, poteva svolgere denuncia per sostituzione di persona e non dover quindi pagare nulla alla società finanziaria. Il gruppo riferisce quindi al funzionario di banca che vi sono persone intenzionate a denunciarlo. Si pongono come complici, rendendosi disponibili a convincere il soggetto a non sporgere denuncia a fronte del pagamento di una somma di denaro. La vittima in questo modo si sente quasi costretto a mantenere rapporti con i soggetti del gruppo, che, in una situazione di pericolo, gli trasmettono un senso di rassicurazione e protezione, non lasciandolo mai da solo.