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Trecento donne maltrattate a Massa-Carrara, buona giornata contro la violenza di genere

Solo vent'anni fa le Nazioni Unite hanno deciso di stabilire una giornata per mettere in luce questo fenomeno, così da poterlo eliminare

La violenza sulle donne parla lingue diverse, praticamente tutte le lingue del mondo. E le mastica da sempre. Solo vent’anni fa le Nazioni Unite hanno deciso di stabilire una giornata per mettere in luce questo fenomeno, così da poterlo eliminare. La dedica in particolare si deve alla storia di tre donne, le sorelle Mirabal.

Patria, Minerva e María Teresa Mirabal, nacquero e crebbero a Ojo de Agua, nella Repubblica Dominicana. Vissero la loro gioventù negli anni della dittatura del generale Rafael Leónidas Trujillo, una delle più dure dell’America Latina, una dittatura fortemente anticomunista. Le tre decisero negli anni cinquanta di partecipare insieme ai rispettivi compagni alla Resistenza, chiamandosi Mariposas, “farfalle”. Il 25 novembre 1960, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare trujillista. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate dagli agenti, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

Difficile non pensare, rileggendo la loro storia, a quanto sta avvenendo oggi in Cile. Poche ore fa è stata resa nota la morte della fotografa Albertina Martines Burgos, 38 anni. A darne notizia il gruppo Coordinadora Ni una menos Chile. Le circostanze del decesso non sono ancora chiare, così come non sono state ancora chiarite quelle relative a Daniela Carrasco, la “mimo” trovata impiccata ad un albero mentre nel paese sono in corso delle proteste contro il governo di Sebastián Piñera.

A dividere i due Paesi ci sono circa sei mila chilometri. Sessant’anni sono trascorsi da quanto le sorelle Mirabal furono perseguitate e uccise. Ma ancora oggi la violenza sulle donne è un fenomeno diffuso, che parla diverse lingue e che continua, nel privato, così come nel pubblico, a manifestarsi in maniera più o meno subdola. Che sia una questione culturale è cosa sottolineata più volte. È una questione culturale se un supermercato decide di mettere in vendita, per sbaglio, delle magliette che invitano a “fare fuori” una donna quando crea problemi. È una questione culturale se un consigliere comunale si presenta ad un evento pubblico fiero della t-shirt che veste, sulla quale si legge: “se non puoi sedurla, puoi sedarla”. È una questione culturale, di una cultura fondata su una presunta saggezza popolare data per verità assoluta come se si trattasse di un’operazione matematica, una cultura che consiglia donne e uomini “a lavare i panni sporchi in casa”.

«Molte non si rivolgono nemmeno al pronto soccorso. Io ho avuto una denuncia, che sto trattando, di una donna che siamo riusciti a inserire in un centro antiviolenza solo molto tardi perché, nonostante la famiglia si fosse accorta della violenza che subiva, la madre infermiera curava le sue ferite e il padre evitava l’argomento». A raccontarlo è Alessandra Conforti, sostituto procuratore del Tribunale di Massa. In occasione del forum “Donne, Salute e Violenza”, sono stati resi pubblici i dati elaborati durante l’anno dal protocollo contro la violenza di genere attivo in provincia. Emergono 300 denunce all’anno per maltrattamento e stalking: quasi una al giorno. Venti per violenze sessuali. Venticinque denunce e 4 esposti solo a Carrara. E ovviamente resta un mare di sommerso da parte di quelle donne che non denunciano, perché “i panni sporchi si lavano in casa” e per altre mille “motivazioni” che le scoraggiano ancora oggi a dare un nome a ciò che subiscono: la violenza.

Un’indagine che è stata condotta dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra) e ha coinvolto 42mila donne (circa 1500 per ogni Paese dell’Ue) mostra che solo una donna su dieci ammette di aver denunciato l’episodio alla polizia nel caso l’autore degli abusi sia stato un partner sentimentale (13%) o un altro uomo (14%). Eppure, rivelano i curatori del sondaggio, “ciò che emerge è un quadro di abuso diffuso che danneggia la vita di molte donne”: una europea su dieci (circa 20 milioni di donne) dice di avere subìto una qualche forma di violenza sessuale, e una su venti è stata stuprata.

E in Italia, sono in molte ad essere convinte che non esista alcuna misura legislativa per proteggere le vittime degli abusi di genere: il 58% delle intervistate. Eppure il nostro Paese viene inserito tra i pochi Paesi europei ad avere una linea telefonica governativa per aiutare le donne in difficoltà, il 1522, e nella lista dei governi che sono riusciti a definire nel codice penale il maltrattamento nei confronti delle donne.

Ma come eliminare la violenza di genere quando mancano le risorse materiali per farlo? Secondo le direttive europee in Italia dovrebbero esserci 6.000 Centri antiviolenza, un centro ogni 10 mila abitanti. Invece ce sono solo 500. E non operano con la serenità di poter garantire continuità nei sostegni che offrono. Non è un caso se un centro della provincia si è ritrovato, non più tardi di un anno fa, a chiedere alla cittadinanza viveri di prima necessità come pasta o sapone per le donne, accompagnate spesso dai loro figli, che vivono in casa rifugio. O se per sostenersi hanno bisogno di realizzare degli oggetti autoprodotti, come delle spille, così da racimolare qualche soldo in vista dell’anno che verrà.

Non è un caso se un’installazione dedicata ad una concittadina, uccisa nel 2013 dal compagno che aveva denunciato, nonostante le varie segnalazioni, resti all’ombra di una piazza, abbandonata all’incuria e privata del suo intento simbolico: quello di ricordare.

«Mi sono resa conto dopo 22 anni che faccio questo lavoro – ha detto il magistrato Conforti a Carrara, durante la presentazione dei dati provinciali legati alla violenza di genere – che non bastano le leggi che abbiamo. Il codice rosso approvato a luglio? Non ne sono felicissima, è una legge che non dice nulla più di quanto non facessimo già. Soprattutto dei suoi 21 articoli l’ultimo è la clausola d’invarianza finanziaria: ovvero, tutto va fatto a costo zero. Senza risorse non andiamo da nessuna parte».

(in foto: la manifestazione a Massa dell’8 marzo contro la violenza sulle donne)