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Aggressioni omofobe e bullismo, cosa fare?

di Aldina Cucurnia *

I fatti a cui stiamo assistendo negli ultimi periodi – come le aggressioni avvenute a Massa tra giovanissimi pochi giorni fa – purtroppo non sono episodi isolati, non sono “ragazzate”, non sminuiamoli, sono veri e propri atti di violenza, di bullismo.

Nel racconto riportato sul quotidiano vediamo diversi personaggi coinvolti: la vittima, il bullo e i cosiddetti gregari, gli spettatori, quelli che stanno a guardare senza fare nulla e spesso in determinati contesti rafforzano il comportamento del bullo stesso con risate, apprezzamenti.

Il bullismo, per definizione, è un atto di potere, fisico o psicologico, attuato in modo reiterato e organizzato contro uno o più soggetti incapaci di difendersi. Negli ultimi anni sono aumentati i casi di bullismo riferiti a condizioni specifiche, in genere minoranze, verso chi viene percepito come diverso: omofobico, sessista, razzista, contro i disabili. Purtroppo episodi di questo tipo non sono mai isolati e i ruoli non si scambiano; chi è vittima sarà sempre tale, così come il bullo.

Spesso il cosiddetto “bullo” proviene da famiglie dove si respira un clima di prevaricazione, aggressività, paura, dove non vengono insegnati il rispetto per l’altro né l’empatia, ma l’essere prepotenti e spesso senza regole. A volte purtroppo sono famiglie dove gli stessi bulli sono vittime di violenza assistita, dove quindi si gettano le basi per l’apprendimento di condotte di comportamento aggressivo (verbale o fisico), poiché questo è quello che vedono fare generalmente dal padre verso la madre.

Le conseguenze, talvolta devastanti, non riguardano soltanto la vittima che può presentare disturbi del sonno, dell’alimentazione, bassa autostima, depressione, rischio di abbandono scolastico, condotte autolesive e rischio suicidario, ma possono coinvolgere anche il bullo che può sviluppare disturbi della condotta (con probabile passaggio a disturbo antisociale di personalità), criminalità, aggregazione in gang, uso di sostanze.

Quello che possiamo fare come insegnanti è avviare percorsi a scuola di sensibilizzazione dei ragazzi, a partire già dalle scuole primarie, perché già a quell’età si riscontrano i primi episodi, prevedere momenti di empatia, di scambio, di aggregazione tra i ragazzi; l’insegnante inoltre è colui che può notare comportamenti particolari e fermare l’escalation del fenomeno, bloccandola in tempo.

Come genitori dobbiamo promuovere il dialogo con i nostri figli, condannare azioni di questo tipo, spiegare loro che non si risolvono i problemi con la violenza e l’aggressività, non giustificare le azioni del bullo dicendo che sono soltanto ragazzate o episodi legati allo sviluppo.

Infine è importante rivolgersi a specialisti, psicologi e psicoterapeuti, ad esempio se sono ridotte le attività extrascolastiche, c’è isolamento, problemi durante il sonno tipo incubi, problemi nell’alimentazione, il ragazzo prova ansia con somatizzazioni, ha scoppi d’ira o sbalzi emotivi immotivati, emergono sempre più di frequente tristezza, paura, pianto.