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Il professor Enrico Dolci: «La nuova sistemazione museale del Mudac disorienta il visitatore»

«Qualcuno si è accorto che il seicentesco piano superiore correva dei rischi per l’eccessivo peso delle opere in marmo ivi ammassate. Pertanto, in fretta e furia, sono stati spostati alcuni pezzi situandoli dove capitava al piano terra. L’Uomo Seduto di Giuliano Vangi, ad esempio, giace seminascosto in un angolo di una saletta conferenze».

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CARRARA – Lo definisce di ingrato, il destino del museo Centro Arti Plastiche, oggi ribattezzato Mudac dalla precedente amministrazione grillina: il professor Enrico Dolci, già titolare della cattedra Beni culturali presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, stigmatizza così la nuova organizzazione del museo inaugurato quasi un mese fa dall’amministrazione grillina. Nella lettera scritta di pugno dal professore vengono contestate alcune decisioni prese anche dalle amministrazioni ancora precedenti ma comunque mai così controproducenti per un museo come segnatamente quelle adottate dal precedente assessore, per dare un nuovo profilo al museo.
«Inaugurato come MUDAC (Museo della Arti Carrara) due giorni prima del ballottaggio delle ultime elezioni comunali- esordisce nella lettera il professore – l’ex Centro Arti Plastiche è figlio di una serie di vicende architettoniche e funzionali a dire poco stravaganti. Quando il comune di Carrara, proprietario dell’immobile, decise di fare un centro espositivo in quello che era nato come convento nel XVII secolo per poi passare nel tempo a diverse altre funzioni, si impostò un restauro di tipo conservativo che, come primo atto, mirò a farne una struttura completamente separata dalla chiesa di San Francesco alla quale era unito. Si chiuse il portale del convento a lato dell’accesso alla chiesa e si progettò un nuovo ingresso sul lato sud utilizzando l’apertura di una delle finestre esistenti. Per fare in modo di poter raggiungere il nuovo ingresso si dovette procedere alla realizzazione di una scoscesa, lunga e disagevole scalinata in ferro addossata al declivio collinare, un tempo occupato da vigne e alberi da frutta. Con la costruzione di questo accesso “forzoso” all’edificio veniva completamente stravolta la naturale fruizione degli spazi dell’ex convento proponendo un nuovo percorso “contromano” e decisamente innaturale che chiunque può verificare, indipendentemente dalla situazione espositiva».
Il professor Dolci prosegue poi nella sua disamina tecnica, partita con le origini storiche del museo, per arrivare ai giorni nostri: «L’organizzazione degli interni seguì criteri museologicamente sommari e poco pratici. Basti pensare alla sala-caffè sul lato sud: un vano troppo ampio in proporzione al complesso degli spazi espositivi e praticamente rimasto vuoto e inutilizzato ancora oggi. Nonostante questi evidenti limiti, il CAP offriva ai visitatori una discreta fruizione delle sculture di proprietà comunale sistemate al piano terra: i pezzi delle storiche Biennali di Scultura (1957-1973) e le grandi lastre di “Disegnare il Marmo” (2004-2005). Altre opere acquisite fino al 2010 furono sistemate al piano superiore. Ora, la nuova sistemazione museale (con un piano terra reso completamente vuoto) sembra fatta apposta per disorientare il visitatore. Le intenzioni della “direttrice” Barreca, curatrice del nuovo allestimento, sarebbero quelle di adibire l’intero spazio del piano terra ad eventuali mostre temporanee. Si è creato, così, un affollamento di opere al piano superiore addirittura con sconfinamenti di importanti pezzi di “Disegnare il Marmo” in spazi secondari e non congrui. Ma c’è di più. Alcune delle più importanti sculture delle Biennali Storiche sono state riportate al piano terra all’ultimo momento. Perché questo ripensamento tardivo? – si chiede il professore accennando subito alla risposta – Semplice: qualcuno si è accorto che il seicentesco piano superiore correva dei rischi per l’eccessivo peso delle opere in marmo ivi ammassate. Pertanto, in fretta e furia, sono stati spostati alcuni pezzi situandoli dove capitava al piano terra. L’Uomo Seduto di Giuliano Vangi, ad esempio, giace seminascosto in un angolo di una saletta conferenze. A Branco Ruzic e a Thaddeus Koper è andata ancora peggio: le loro opere sono finite addirittura all’aperto su un ripiano del declivio con evidente rischio per lo stato di conservazione del marmo. Così, sulla spinta della concitazione grillina per un’inaugurazione da fare assolutamente prima delle incombenti elezioni amministrative, si è creato un vero pasticcio museale di cui Carrara non aveva certo bisogno».
Non solo, a chiosa finale il professore fa notare la omonimia con il museo di arte contemporanea in Svizzera: « Come se tutto ciò non bastasse, la curatrice non ha trovato di meglio che intitolare il “nuovo” museo con lo stesso nome di un noto museo svizzero: il MUDAC di Losanna, acronimo di “Museo del Design e Arte Contemporanea”, una bella struttura nata nel 2000 e recentemente ampliata in una sede realizzata con criteri ultramoderni. Ora la domanda è: e se gli svizzeri, considerando questa omonimia un plagio, chiedessero i danni al comune di Carrara? »

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