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«Chiediamo al futuro sindaco una task force che verifichi le percentuali di resa del blocco e che disponga sospensioni e decadenze»

Il Grig: «L’individuazione della resa minima delle cave apuane nella misura del 30% appare, per il Tar, scelta adeguata rispetto all’obiettivo di garantire la tutela del patrimonio naturalistico nella zona, e non comporta un sacrificio eccessivo dell’interesse connesso allo sfruttamento economico del materiale lapideo»

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CARRARA – È un appello  puntuale e corroborato dal Tar, quello che l’associazione ecologista GrIG rivolge al futuro sindaco o sindaca di Carrara, chiunque sarà, perché si metta fine alla cava di detrito, dove la cosiddetta resa del blocco è inferiore al 30% (vale a dire quando su un quantitativo 100 di escavato, meno di 30 è blocco e il resto è detrito destinato all’industria che usa il carbonato di calcio). L’associazione chiede un impegno preciso in questo senso al sindaco o alla sindaca.

«A chi vuole pettinare le montagne — esordisce in una nota stampa l’associazione, riferendosi a un noto documentario in cui un imprenditore del marmo carrarese usava questa locuzione nel descrivere l’attività estrattiva —  diciamo che non sarà più possibile non solo farlo, ma anche solo pensarlo! I cavatori sono stati sconfitti dal Tar Toscana, con Sentenza n. 01240/2020 Reg.Ric. Finalmente un punto fermo nell’attività autorizzativa e di controllo. Le cave che non raggiungono la percentuale di resa minima stabilita dalla legge, 30% della produzione di progetto, non devono aprire e quelle aperte devono chiudere: senza indugio».

Dopo questa premessa, l’associazione propone la creazione di un apposito organo per vigilare su quanto sia detrito dell’escavato e ricorda: «Il Comune e la Regione hanno gli strumenti per verificare che ciò avvenga (art. 25 Lrt 35/2015, Obblighi informativi) e il GrIG Presidio Apuane vigilerà per il rispetto della normativa. Ai candidati sindaco chiediamo l’impegno di istituire una task force che verifichi puntualmente le percentuali raggiunte e che disponga le sospensioni e decadenze delle attività che sforano i limiti di legge. Ci sono cave a Carrara che raggiungono solo il 5%. A queste si deve dire con chiarezza che soprattutto per loro il sacrificio dell’ambiente e del paesaggio non è giustificato; devono chiudere. Non sono ammesse cave che producono solo detriti utili al carbonato di calcio ».
Venendo a spiegare il contesto della sentenza della giustizia amministrativa, il GrIG ripercorre i passaggi del ricorso contro la delibera del Consiglio regionale che prevede per l’autorizzazione, la condizione di una resa almeno del 30%: «Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, ha pronunciato sentenza sul ricorso (numero di registro generale 1240 del 2020), proposto da 32 aziende del lapideo per l’annullamento della deliberazione del Consiglio regionale del 21.07.2020 n. 47, avente ad oggetto la parte in cui dispone che le nuove autorizzazioni per la coltivazione dei marmi del distretto apuo-versiliese siano assentite a condizione che ciascuna cava raggiunga determinati obiettivi di “resa” pari almeno, in relazione ai quantitativi da destinare esclusivamente alla trasformazione in blocchi, lastre ed affini, al 30% della produzione di progetto. Ancora una volta i cavatori sono stati “sconfitti”. La scelta, effettuata in sede di pianificazione, di subordinare il rilascio delle nuove autorizzazioni all’escavazione ad una resa minima della cava interessata è stata effettuata nell’intento di contemperare i citati interessi, ritenendo (non irragionevolmente) che solo un determinato rendimento dell’attività estrattiva giustifichi il sacrificio di una risorsa non riproducibile come il marmo e il conseguente depauperamento del paesaggio nel territorio apuano, territorio che costituisce un unicum a livello non solo nazionale ma anche mondiale tant’è che riceve tutela quale patrimonio dell’umanità».

Gli ecologisti di GrIG spiegano quindi la ratio che sta dietro alla normativa e alla decisione del tribunale amministrativo di respingere il ricorso delle imprese del lapideo, vale a dire un contemperamento degli interessi in causa: tutela della montagna e sfruttamento economico: «L’individuazione della resa minima delle cave apuane nella misura del 30% appare, per il Tar—chiarisce il GrIG nella nota stampa — scelta adeguata rispetto all’obiettivo di garantire la tutela del patrimonio naturalistico nella zona, e non comporta un sacrificio eccessivo dell’interesse connesso allo sfruttamento economico del materiale lapideo. Quest’ultimo e quello alla tutela del territorio e del paesaggio sono interessi tra loro contrapposti e devono trovare un punto di equilibrio anzitutto in sede di programmazione degli usi del territorio, e successivamente nell’ambito dei procedimenti diretti al rilascio delle autorizzazioni all’escavazione. Il Tar conclude respingendo il ricorso e riaffermando il principio di bilanciamento di tali interessi».

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