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Massese, l’intervista allo storico ex Franco Cerilli: «A Massa gli anni più belli della mia carriera»

Il fantasista ex Massese, Inter e Vicenza racconta il rapporto con Massa e i bianconeri: «Il Baffo era come un padre per me. Quello era un gruppo vero.»

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MASSA – Sono i primi anni ’70. La guerra dello Yom Kippur e la successiva storica crisi del petrolio portarono il governo Rumor a drastiche decisioni: una sorta di coprifuco con riduzione dell’illuminazione pubblica, chiusure anticipate e interruzioni dei programmi tv alle 23, ma, soprattutto, a partire dal 2 dicembre del 1973, la domenica era vietata la circolazione delle auto private. A seguito di tali provvedimenti, le domeniche a Massa diventarono sfilate interminabili di fiumi di persone che, da ogni parte della città, si avviavano a piedi o in bicicletta verso lo stadio “Degli Oliveti” per vedere la Massese. I bianconeri erano una vera e propria forza del girone B di Serie C, una corazzata costruita dal presidentissimo Vieri Rosati e consegnata nelle abili mani di Tito Corsi con un solo obiettivo: tornare in Serie B.

Ma molte di quelle persone che ogni domenica si affannavano per raggiungere i gradoni dello stadio, erano innamorate di un ragazzo appena ventenne, arrivato in punta di piedi la stagione precedente dal Clodiasottomarina, prima di venire riscattato dai bianconeri: Franco Cerilli. Calzettoni abbassati, folti capelli biondi e tanta, tanta fantasia a servizio di squadra e pubblico. La stessa fantasia che, al termine di quella stagione da incorniciare, lo portarono a calcare palcoscenici ben più importanti con addosso la maglia dell’Inter. Un grande salto che ha lanciato la sua carriera nella massima serie, fino al secondo posto raggiunto a Vicenza, insieme a Paolo Rossi.

Nonostante le soddisfazioni raggiunte poi, però, per Franco, è impossibile dimenticare i colori bianconeri: «Devo tutto alla città di Massa, ai tifosi della Massese, la dirigenza di quella squdra, ai miei compagni. – dice Franco Cerilli raggiunto da La Voce Apuana – Grazie proprio ai compagni che mi hanno dato una mano, ho avuto la possibilità di crescere. Dico sempre che sono stati gli anni più belli della mia carriera perchè grazie a Massa sono entrato nell’Olimpo del calcio. Ho passato due anni spensierati, ricordo le giornate senza cappotto. Poi c’era il mitico accompagnatore Ivaldo Moschini, “il baffo”, per me era come un padre. Non potrò mai dimenticare da dove sono partito.».

L’ultimo anno di Cerilli non si concluse, poi, come la città e la dirigenza speravano, con la squadra che, nonostante le tante emozioni, non riuscì ad andare oltre il quarto posto dopo una lotta all’ultimo sangue con la Sambenedettese, promossa in Serie B. La grande innovazione, però, la portò Tito Corsi, l’allenatore, la mente di quella Massese. Tra terzini con il numero 10 e gioco spettacolare, proprio la posizione e il numero portato da Cerilli in campo furono la sorpresa: «Corsi mi faceva giocare col numero 9. – racconta Cerilli – Ero il primo falso nueve o centravanti arretrato, come preferite. Di fatto ero una mezzapunta, quelle che non esistono più oggi.».

E infatti, nonostante il talento, i gol segnati nei due anni sono pochi, come del resto in tutta la sua carriera. L’ultimo in maglia bianconera, però, ha un sapore speciale per tutti i tifosi: il 14 aprile 1974 al “Degli Oliveti” contro lo Spezia: «Mi ricordo che era un tiro da fuori area, di esterno. Finì sotto la traversa. Ma io ho sempre segnato poco, – spiega Cerilli – godevo di più nel far segnare gli altri.».

Ancora, a distanza di più di 40 anni, quella squadra ha un posto speciale nel cuore dei massesi, che a memoria intonano la filastrocca: Grassi, Ceccotti, Zanella, Pardini, Spadaro, Vitali, Fichera, Cherubini, Cerilli, Podestà, Bongiorni. Ma nel cuore anche di chi ne ha fatto parte: «L’anno scorso sono tornato a Massa per la festa del centenario. – conclude Cerilli – Ho ritrovato tantissimi amici. Sono ancora in contatto con molti di loro. Era un gruppo stupendo, non c’era invidia, non c’era gelosia, anche se qualcuno finiva sui giornali più degli altri. Grazie ai compagni più esperti sono cresciuto molto. Gli devo tanto.»

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