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Caso Trentini, l’assoluzione e l’abbraccio. «Ora una legge per affermare il diritto di scegliere» foto

Assolti dalla corte di assise di Massa, Marco Cappato e Mina Welby. Ora la richiesta rivolta al Parlamento

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Assolti dalla corte di Assise di Massa perché il reato di istigazione al suicidio nei confronti di Davide Trentini “non sussiste” e perché l’averlo aiutato a porre fine alle sue sofferenze “non costituisce reato”. Si conclude così il processo a Mina Welby e Marco Cappato per la morte di Davide Trentini, il 53enne massese malato di sclerosi multipla che nel 2017 si affidò all’associazione Luca Coscioni per intraprendere un percorso di fine vita in Svizzera.
Nella sentenza di oggi il giudice Ermanno De Mattia ha ricordato la pronuncia della Consulta del 24 settembre 2019 secondo la quale chi aiuta al suicidio “non è punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni”.
L’uomo era affetto da una patologia irreversibile, “fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili”, ed era lucido al punto tale da voler porre fine a quel calvario. Pur non essendo dipendente da macchinari, il collegio difensivo ha sottolineato che viveva “grazie ad un equilibrio farmacologico”, minacciato dagli effetti collaterali che sarebbero potuti derivare dall’abuso, o dalla diminuzione, di antidolorifici e antispastici, farmaci impiegati per la terapia del dolore. In Italia avrebbe avuto diritto al suicidio medicalmente assistito solo attendendo l’evolversi della sua malattia fino al punto di vedersi costretto ad essere intubato.
Il Pubblico Ministero Marco Mansi nel pomeriggio aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi, minimo della pena, riconoscendo “i nobili intenti” dell’azione di disobbedienza civile promossa da Cappato e Welby: «Chiedo la condanna – ha spiegato il Pm- ma con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell’interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare». Durante il processo il collegio difensivo si era rivolto all’organo collegiale chiedendo di affermare attraverso il giudizio “la libertà di scelta” dell’uomo: “Perché condannarlo a soffrire?”. Al termine della giornata, la storica sentenza: “assolti”.
La vicenda
Malato di sclerosi multipla da trent’anni, Davide Trentini, 53enne di Massa, nell’aprile del 2017 si era recato con Mina Welby in un clinica Svizzera per intraprendere un percorso di fine vita. Attraverso l’associazione Soccorso Civile, Marco Cappato sostenne economicamente le spese necessarie per la pratica del suicidio assistito e il giorno dopo la morte di Trentini entrambi si presentarono presso la stazione dei carabinieri di Massa per autodenunciarsi.
L’assoluzione
Assolti perché il fatto non sussiste. Per i giudici della Corte di assise di Massa Mina Welby e Marco Cappato non sono responsabili per la morte di Davide Trentini. Ad attendere fuori dal tribunale i due imputati, alcuni attivisti dell’associazione Luca Coscioni. Mina Welby: “Oggi sono molto felice – ha commentato dopo la lettura della sentenza, ricordando il marito – Quel 20 dicembre del 2006 prima di morire Piergiorgio mi disse: promettimi che andrai avanti e che non ti fermerai. E oggi posso dirgli che sono andata avanti e che non mi fermerò mai“. L’obiettivo, rimarcano Cappato e Welby, è sempre quello di ottenere una legge dal Parlamento: “Serve per garantire un diritto a tutti i cittadini. Non possiamo più accettare che ci sia una discriminazione sulla base della tecnica con cui sei tenuto in vita, e non invece un diritto di libertà che dipende dalla tua volontà e dalla tua sofferenza”.

L'abbraccio tra Mina Welby e Marco Cappato al termine del processo

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