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«Così denuncio l’uomo che pensavo fosse l’amore». Poi ritratta davanti ai Carabinieri

I fatti risalirebbero alla giornata di domenica, quando la donna pubblica sui social le foto del viso tumefatto e del sangue a terra.

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Pezzi di vetro a terra, macchie di sangue e alcune parole per denunciare “l’uomo che pensavo fosse amore”. Le foto pubblicate sui social da un donna che abita in Lunigiana hanno fatto scattare una rete di solidarietà virtuale che si è estesa lungo tutta la provincia di Massa-Carrara.
I fatti risalirebbero alla giornata di domenica, quando la donna decide di rendere pubbliche attraverso i social le violenze fisiche che avrebbe ricevuto da un uomo che per lei rappresentava l’amore.
Forse guardandosi alle specchio, quel giorno capisce che l’amore non ha il volto della violenza. Che quel sangue che le esce dal naso e quell’occhio gonfio, non possono essere l’espressione di un sentimento di affetto.

Le foto del suo viso tumefatto fanno il giro del web. Il passaparola giunge fino al Cif di Carrara, le cui operatrici si attivano subito per sostenere la donna, avvertendo in primo luogo i Carabinieri.
Le forze dell’ordine arrivano sul posto raccolgono la sua testimonianza. Una testimonianza diversa da quella pubblicata sui social: la donna decide di non denunciare quell’uomo che pensava fosse l’amore.

Come spiega Francesca Menconi del Cif, questa è una situazione purtroppo diffusa. Spesso succede che una donna decida di denunciare un compagno violento, ma che si ritrovi, in seguito, ad affrontare problemi talmente insostenibili da farla tornare sui suoi passi, e accettare di subire ulteriori violenze.

Francesca, perché è così difficile denunciare un uomo violento?
A volte dipende dalla non conoscenza delle strategie a disposizione delle donne per proteggersi. E a volte è perché non si tratta di una denuncia qualunque.
Nel caso di una mamma con figli, questo percorso significa: “devo denunciare il padre dei miei figli”. Poi bisogna anche andarlo a raccontare ai figli che hai denunciato il loro padre.
Poi c’è il caso in cui manca l’autonomia economica. L’indipendenza economica resta la chiave principale per potersi liberare da un uomo violento. Il reinserimento lavorativo è un processo difficilissimo, infatti chi riesce più facilmente a uscire da queste relazioni sono quelle donne che hanno un’autonomia.
Di donne che non denunciano perché “se lui perde il lavoro io come mangio” ce ne sono molte. E c’è da comprenderle per poter cambiare le cose. Vogliono rimboccarsi le maniche ma a volte hanno figli a carico e con la borsa lavoro ottengono al massimo 500 euro. Per loro servono supporti maggiori a livello di servizi sociali. Il reddito di cittadinanza, per esempio, viene valutato in base all’Isee dell’anno precedente. Servirebbe una misura ad hoc che si attivasse nel momento in cui una donna presenta denuncia per maltrattamenti. Una misura che possa prevedere la separazione dell’Isee e una sovvenzione temporanea, per poi attivare il percorso dell’inserimento lavorativo.

foto di repertorio

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