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Sanac in lotta per una svolta, le Rsu: «Siamo persone e non merce di scambio»

Sciopero degli operai del gruppo questa mattina in piazza Aranci davanti alla Prefettura. I sindacati chiedono allo Stato di entrare nella gestione della fileira dell'acciaio.

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La storia della Sanac sembra essere giunta al capitolo finale. I sindacati scesi in piazza questa mattina per difendere il gruppo e in particolare lo stabilimento di Massa lo dicono senza troppi indugi dopo aver letto il piano industriale redatto da ArcelorMittal.
Un piano in cui la società, proprietaria diretta dell’ex Ilva di Taranto e “indiretta” di Sanac, mette in discussione il piano degli investimenti e gli attuali livelli occupazionali, annunciando un taglio di 5 mila posti di lavoro. Tradotto: il colosso si defila dagli impegni presi con il Governo e i sindacati, anche se lo fa lentamente.
Una lentezza alla quale gli operai Sanac di Massa sono, purtroppo, abituati. Ma allo stesso tempo sono anche abituati a lottare per il proprio posto di lavoro, per questo stamani mattina, insieme a tutte le sigle sindacali, sono scesi in piazza in sciopero, chiedendo un incontro con il Prefetto.
L’obiettivo, spiegano, non è più quello di chiedere al colosso franco lussemburghese di rispettare gli accordi parzialmente, e faticosamente, stabiliti in questi due anni di gestione dell’Ilva di Taranto, principale fonte di commesse per il gruppo Sanac. Bensì quello di chiedere al Governo di ricoprire un ruolo da protagonista nella gestione della filiera dell’acciaio italiana. E quindi accompagnarla in un progetto di riconversione che includa lavoro, ambiente e salute.

“La situazione è critica perché Sanac opera in amministrazione straordinaria – spiega Nicola De Vecchio della Cgil – e quindi lavora principalmente “su cassa”. Gli ordini che inviamo a Taranto però al momento non vengono pagati, per questo abbiamo smesso di inviare le materie prime. La situazione quindi è la seguente: abbiamo materie prime, abbiamo ordini, ma non abbiamo entrate di cassa”.
Il rischio per i sindacalisti è quello che la fabbrica avvii un lento e progressivo ricorso alla cassa integrazione, ad oggi attiva per il 10% degli operai del gruppo di Massa. E il piano industriale presentato a Taranto non fa che confermare questa direzione.

“Secondo noi – continua Del Vecchio – dietro questo piano si cela la volontà di abbandonare completamente Taranto perché il vero valore aggiunto dell’ex Ilva è l’uso dell’alto forno, quello che avrebbe garantito il raggiungimento della produzione di 10 milioni di tonnellate di acciaio. Con il nuovo piano industriale rischia di far venire meno il piano degli investimento”. E con quello gli impegni presi da ArceorMittal con migliaia di operai del settore siderurgico.

“Se ArcelorMittal vuole investire su Taranto bene – dice Stefano Tenerini della Cisl -altrimenti lo Stato metta da parte questa società e subentri al suo posto”.
Altre società della portata di ArcelorMittal non esistono, spiegano i sindacalisti. Per questo l’unica possibilità concreta per accertare un futuro sicuro al settore è quella che prevede un forte intervento dello Stato.
“ArcelorMittal – dice Moreno Guelfi della Uil – dimostra di non credere in Taranto. Altri privati simili non esistono. Ma ci sono le condizioni favorevoli per un intervento dello Stato concordato con l’Europa. Ci sono finanziamenti importanti in arrivo dall’Ue, ora serve un progetto di valore europeo garantito dallo Stato”. E su questo fronte operai e sindacati sono uniti: “Abbiamo sempre manifestato la nostra volontà di riuscire ad ottemperare interessi come la salute e il lavoro. Salute, lavoro e ambiente devono andare a braccetto. Abbiamo firmato accordi sindacali in proposito che parlano di investimenti per la riconversione ambientale dello stabilimento, di messa in sicurezza e bonifiche. E di livelli occupazionali. Dal piano industriale questi aspetti sono completamente spariti. Ecco perché riteniamo inaccettabile il piano industriale, crediamo che serva un ragionamento serio su cosa debba essere il settore siderurgico in Italia, su come produrre all’interno del sito e sul ruolo che lo Stato deve avere all’interno di questo processo di produzione”.
Serve, insomma, un capitolo nuovo per Sanac, o forse un nuovo libro. Una storia in cui gli operai siano riconosciuti in quanto lavoratori, sì, ma soprattutto in quanto essere umani. “Siamo in piazza per dire che non siamo merce di scambio – dicono le Rsu – Siamo persone, non siamo cose”. Serve un piano, ora o mai più.

Ferri:Vicino a Sanac
“Condivido pienamente la posizione dei ministri Patuanelli e Gualtieri il Piano Arcelor Mittal per la Ex Ilva di Taranto è inaccettabile. Tante richieste da parte dell’azienda ma poca disponibilità nel dare risposte certe. Questo vale per Taranto ma anche per la Nuova Sanac. Ambiente e lavoro sono due priorità da tenere unite e devono essere le stelle polari da seguire per una politica industriale nuova e di investimenti. Sono preoccupato per la Nuova Sanac che, come abbiano detto più volte, e’ strettamente collegata alle sorti dell’ ex Ilva. Arcelor Mittal e’ l’unica azienda che ha presentato un’offerta ai commissari di Nuova Sanac, il mercato fino ad oggi ha legato queste due aziende. Ma in realtà la Nuova Sanac, grazie alla professionalità e all’impegno di tanti lavoratori, ha una potenzialità che può essere sviluppata e guardare in più direzioni. Basta crederci. Il tempo passa però.. e la questione Taranto/ex Ilva si complica e il futuro della Nuova Sanac rimane appeso. In questo modo un’azienda che funzionava si sta fermando. Occorre fare presto ed Arcelor Mittal deve essere più chiara sul futuro di Nuova Sanac, azienda che è sempre stata in attivo. Chiediamo al Governo, pur essendo consapevoli della complessità della questione Taranto, di valutare nuove strategie per la Nuova Sanac e di tenere presente i risultati ottenuti in questi anni. Comprendo e condivido le preoccupazioni ed il disagio enorme che stanno vivendo i lavoratori, costretti all’ennesimo sciopero e in difficoltà anche a trovare interlocutori che possano dare risposte”.

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